QUINOA

A cosa fa bene la quinoa?

Inserire la quinoa nella dieta apporta molti benefici al corpo, in particolare ai sistemi cardiovascolare, gastrointestinale e nervoso. 


La quinoa, infatti, protegge il cuore perché contribuisce ad abbassare la pressione del sangue e a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo, aiutando inoltre a prevenire l’insorgenza di patologie cardiache, data la buona percentuale di acidi grassi polinsaturi e di fibre. 


Le fibre, in più, supportano la naturale regolarità dell’intestino e contrastano il diabete, poiché controllano i livelli di insulina e di zuccheri nel sangue. 


Oltre a ciò, la quinoa contiene 10 amminoacidi essenziali, fondamentali per l’organismo, ha un ottimo quantitativo di sali minerali, importanti per le ossa, di proteine, utili per evitare la perdita di massa ossea, e di vitamine (gruppo B e A) indispensabili per la salute del sistema nervoso, capelli e pelle.

Quanta quinoa si puo' mangiare?

La quinoa può essere consumata massimo tre volte alla settimana, sebbene si raccomandi di alternarne il consumo con quello di altri cereali così da garantirsi un’alimentazione variegata. Per quanto concerne le dosi, la porzione giornaliera a persona consigliata è di circa 70-80 grammi che apportano all’incirca 300 kcal. 


La quinoa è indicata anche per le persone che seguono una dieta dimagrante visto che, nonostante l’apporto calorico, è in grado di accelerare il metabolismo e di stimolare il senso di sazietà, senza dimenticare che si tratta di un cibo con un basso indice glicemico.

Cosa mangiare dopo la quinoa?

Per garantirsi un ottimo apporto di nutrienti è possibile abbinare la quinoa ad altri cibi, così da “potenziarne” gli effetti positivi. 


Un eccellente connubio è quello tra quinoa e legumi, un abbinamento che permette di ottenere un elevato profilo proteico, comparabile a quello della carne. 


Oltre che con i legumi, è possibile consumare insieme alla quinoa anche delle verdure sia cotte che crude, così da massimizzare i livelli sia di vitamine che di fibre. 


Infine con la quinoa e altri ingredienti è possibile preparare anche delle ricette saporite e nutrienti come ad esempio gli hamburger di quinoa e cavoli, l’insalata di quinoa e frutta fresca, l’insalata di quinoa e zucca o la quinoa con funghi e spinaci. 

Come si fa a lavare la quinoa?

Prima di essere cucinata la quinoa deve essere adeguatamente lavata e questo per essere certi di eliminare tutti gli eventuali residui di saponina, una sostanza che ricopre i suoi chicchi e che ha la funzione di proteggerla dall’attacco degli insetti, risultando però molto sgradevole al palato.

 

Per lavare la quinoa è quindi necessario procurarsi un colino a maglie strette, così da impedire la fuoriuscita dei chicchi, mettere al suo interno la quinoa e poi procedere a lavarla sotto acqua fredda, avendo l’accortezza di mescolare i semi di tanto in tanto.

 

Il lavaggio deve durare almeno 5 minuti e in linea di massima la quinoa sarà pulita quando l’acqua che fuoriesce dal colino è chiara e priva di impurità.

Quanti zuccheri ha la quinoa?

La quinoa contiene per 100 grammi circa 64 g di carboidrati dei quali, però, gli zuccheri sono pari a 0 g. I carboidrati contenuti nella quinoa, quindi, sono complessi e a basso indice glicemico, caratteristica che permette di tenere sotto controllo i livelli di zuccheri nel sangue.

 

La quinoa, inoltre, ha anche un importante potere saziante, cosa che la rende adatta alle persone che seguono una dieta ipocalorica.

Quali sono le controindicazioni della quinoa?

Come tuti gli alimenti, anche la quinoa presenta delle controindicazioni che è necessario conoscere.

 

Innanzitutto questo pseudo-cereale va evitato da chi soffre di allergia o intolleranza al prodotto così come da chi è affetto da calcoli renali, visto che la quinoa contiene assalati di calcio, dei particolari composti che favoriscono l’insorgenza proprio dei calcoli renali.

 

In ultimo, non va dimenticato che i semi di quinoa sono ricoperti di saponina, una sostanza fastidiosa per l’organismo, per questo prima di consumarli è fondamentale lavarli accuratamente.

Come dimagrire con la quinoa?

La quinoa è un alimento dai numerosi benefici e, tra questi, vi è anche quello di essere di supporto alla perdita di peso.

 

Inserirla nella propria alimentazione, con la corretta frequenza e nelle dosi giuste, può infatti aiutare a dimagrire e questo perché la quinoa ha un grande potere saziante, è priva di glutine, ha un basso indice glicemico, ha un buon quantitativo di quercina, capace di incrementare il consumo energetico, e ha un’alta percentuale di fibre, fondamentali per una buona digestione e per una corretta regolarità intestinale. 

Chiaramente, la quinoa deve essere inserita in un’alimentazione varia ed equilibrata e consumata in sostituzione di altri tipi di carboidrati quali pane e pasta. 

Che gusto ha la quinoa?

La quinoa, che nell’aspetto somiglia al cous cous, ha un sapore simile a quello del riso ma decisamente più ricco, cremoso, lanuginoso e intenso, ha un aroma molto più calda e avvolgente e una consistenza decisamente più croccante. 

Il suo gusto molto particolare e la sua buona consistenza fanno, poi, della quinoa un ingrediente molto versatile in cucina che può essere utilizzato sia per la preparazione di primi piatti, in sostituzione del riso o del cous cous, sia come contorno, ovvero come accompagnamento a pesce, carne e insalate fredde. 

Ideale nelle ricette salate, la quinoa può essere usata anche per le preparazioni dolci, ovvero consumata al posto dei fiocchi di avena per preparare un ottimo porridge o abbinata a yogurt e latte (nella versione soffiata o fioccata) per una prima colazione ricca e nutriente.

Quanta quinoa mangiare a settimana?

La quinoa è un alimento dai numerosi benefici però deve sempre essere consumata nelle dosi corrette e nella giusta frequenza. 

Per quanto concerne la porzione, si consiglia di mangiare circa 70/80 grammi di quinoa e di consumarla da 2 a 3 volte alla settimana, facendo sempre attenzione all’alternarla con altri tipi di cereali, come il riso e il miglio, così da garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata. 

 

KEFIR

Perche il kefir É pericoloso?

I pericoli legati al consumo di kefir derivano principalmente da una sua cattiva conservazione, in particolare quando si tratta di kefir fatto in casa. 


Il kefir, infatti, deve essere conservato adeguatamente poiché se tenuto in condizioni igieniche inadeguate è facilmente soggetto all’attacco di muffe e di batteri patogeni. 


Il kefir, sia quello confezionato che quello preparato in casa, vanno quindi tenuto in frigorifero (la conservazione fuori frigo infatti accentua l’attività dei fermenti ma il prodotto è più facilmente esposto a tossine pericolose); per il primo è necessario riferirsi alla data di scadenza riportata sulla confezione mentre il secondo si conserva per circa una settimana, anche se con il tempo il suo gusto tende a diventare più acido.

PerchÉ il kefir fa dimagrire?

Il kefir è un valido alleato del dimagrimento quindi inserirlo nella propria alimentazione, nelle dosi corrette e associandolo a uno stile di vita sano, può aiutare nella perdita di peso. 


Innanzitutto il kefir supporta la regolarità dell’intestino, aiutandolo a eliminare tossine e liquidi in eccesso, responsabili di gonfiore, ritenzione idrica e metabolismo lento. 


Oltre a ciò questa bevanda ha un grande potere saziante, cosa che aiuta a tenere sotto controllo gli attacchi di fame, un elevato contenuto proteico, che favorisce l’accelerazione del metabolismo, ed è in grado di regolare i livelli di colesterolo nel sangue, senza dimenticare che si tratta di un alimento povero di calorie visto che il kefir di latte apporta solo 65 kcal per 100 gr. mentre quello di acqua appena 20 kcal. 

In quale momento della giornata bere kefir?

Il kefir di latte dovrebbe essere bevuto al mattino a digiuno, quindi prima di consumare la colazione, e questo per massimizzare gli effetti positivi del prodotto. 


Se consumate il kefir d’acqua per la prima volta, si consiglia di iniziare con una dose minima (circa un paio di cucchiai) da consumare durante i pasti, per poi aumentare gradualmente la dose una volta verificata la risposta dell’organismo. 


Stesso discorso vale per il kefir d’acqua; per chi lo assume per la prima volta si suggerisce di iniziare con un solo bicchiere al giorno, magari durante i pasti, per poi incrementare gradualmente il consumo giornaliero. 

Quanto kefir si puÓ bere al giorno?

La quantità di kefir che è possibile consumare al giorno va dai 125 ai 150 grammi, corrispondenti a circa una tazza. Tuttavia, nelle persone che assumono per la prima volta questo prodotto si consiglia di procedere con gradualità, ovvero di iniziare con circa 2 cucchiai di kefir al giorno per poi incrementare la dose una volta che l’organismo si sarà abituato.

Che cos'é il kefir e dove si compra?

Il kefir è una bevanda fermentata che si ottiene dal latte fresco di pecora, di capra o vaccino (ma è possibile prepararlo anche con il latte vegetale e con l’acqua) e dai granuli di kefir che consistono in proteine, polisaccaridi e un composto di vari tipi di microorganismi quali batteri, aromi e lieviti.

 

Dal sapore leggermente acidulo, il kefir di latte è facilmente reperibile nei supermercati ben forniti mentre se si desidera acquistare i granuli di kefir per preparare a casa il kefir di latte o quello d’acqua, allora è possibile acquistarli online, nei negozi specializzati nella vendita di prodotti biologici e nelle erboristerie.

Cosa succede se si beve troppo kefir?

Il kefir, così come tutti gli alimenti, deve sempre essere consumato nelle dosi corrette, evitando quindi di abusarne.

 

Bere troppo kefir, infatti, può avere delle controindicazioni e questo perché si tratta di una bevanda ricca di probiotici che, se consumata oltre la dose consigliata, può avere effetti indesiderati come problemi digestivi (nausea, costipazione, formazione di gas) e gastrointestinali (riduzione dell’appetito, vomito, diarrea, crampi allo stomaco, alterazione del gusto).

Quali probiotici contiene il kefir?

Il kefir contiene un’ampia gamma di fermenti che include i lactobacilli, i bifidobatteri e i lieviti. 

I lactobacilli, responsabili della fermentazione del lattosio, sono predominanti nella composizione del kefir che infatti, a fronte delle 60 specie esistenti, ne contiene quasi 20, i bifidobatteri, invece, hanno come compito principale quello di proteggere la flora intestinale e operano in simbiosi con i lactobacilli mentre i lieviti sono responsabili della leggera gradazione alcolica del kefir, specialmente di quello fatto in casa. 

Nel kefir, quindi, si trovano una grande quantità sia di batteri che di lieviti, in percentuale molto più alta rispetto allo yogurt, oltre a una buona dose di vitamine (B6, B7, B9, B12, C, K), amminoacidi e sali minerali (potassio, magnesio, calcio, fosforo, rame, zinco). 

A cosa fa bene il kefir?

Il kefir è oggi considerato un superfood e questo perché sono davvero numerosi i benefici che è in grado di apportare all’organismo. Innanzitutto, il kefir è un ottimo probiotico, capace non solo di mantenere in equilibrio la flora batterica intestinale ma anche di contribuire al corretto funzionamento dell’intestino. 

Oltre a ciò, il kefir aiuta a rafforzare il sistema immunitario, poiché stimola la produzione di anticorpi, facilita la digestione degli alimenti, aiuta a controllare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e rafforza le ossa, proteggendo quindi il corpo da patologie come l’osteoporosi. 

I benefici del kefir non finiscono però qui, visto che questa eccezionale bevanda possiede anche proprietà antibatteriche, antiossidanti e anti-tumorali (specialmente in relazione al cancro al seno e al colon) e rappresenta un’ottima fonte di energia, caratteristica che la rende particolarmente adatta sia ai bambini che agli anziani e alle donne in gravidanza. 

In ultimo, non va dimenticato che il kefir aiuta a depurare l’organismo e, grazie al buon contenuto di amminoacidi, contribuisce a mantenere in salute il sistema nervoso. 

In quale ora del giorno prendere il kefir?

Il momento migliore della giornata per assumere il kefir è sicuramente al mattino e a digiuno, quindi prima della colazione. Importante, per chi non ha mai consumato il kefir, è iniziare per gradi, ovvero assumendo circa due cucchiai di prodotto durante i pasti principali per un tempo di circa 3-4 giorni così da dare al corpo il tempo di abituarsi e di valutare la risposta dell’organismo. 

Per quanto riguarda le dosi, quella consigliata di kefir è di circa 125/150 grammi, pari a circa una tazza. 

Chi soffre di stitichezza puÓ bere il kefir?

Il kefir è un alimento molto utile per contrastare disturbi abbastanza comuni come stipsi, gonfiore addominale, flatulenza e ritenzione idrica e questo perché è un ottimo probiotico, capace di ripristinare la flora batterica alterata.

Il kefir, infatti, apporta un buon quantitativo di batteri buoni che, a causa di alterazioni batteriche, vengono a mancare e, oltre a ciò, inibisce la crescita di batteri patogeni e aiuta l’organismo a depurarsi. 

Grazie a queste sue caratteristiche, il kefir è quindi di grande aiuto nel combattere stitichezza, flatulenza e gonfiore addominale poiché normalizza il funzionamento sia dell’intestino che dell’apparato digerente.  

 
 

SPIRULINA

A cosa serve la spirulina?

La spirulina è un superfood che apporta molti benefici, grazie alle sue innumerevoli proprietà. Innanzitutto, la spirulina contiene ottimi livelli di acidi grassi essenziali, soprattutto di Omega-3, che mantiene in salute il cuore e il sistema cardiovascolare, e di Omega-9, utile a controllare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue. 


Oltre a ciò il buon apporto di vitamine, in particolare quelle del gruppo B, di sali minerali e di antiossidanti proteggono pelle e capelli dagli attacchi dei radicali liberi, e quindi dall’invecchiamento precoce, mentre la buona percentuale di proteine ne fa un alimento indicato per vegani e vegetariani. 


La spirulina svolge, poi, un’azione depurante e disintossicante dell’organismo, rafforza il sistema immunitario e aiuta a combattere il senso di stanchezza e di affaticamento. 

Quando si deve prendere la spirulina?

La spirulina è un alimento ricco di vitamine e minerali, oltre che di altri nutrienti indispensabili per un’alimentazione equilibrata. 


La spirulina può essere assunta in casi differenti; per chi vuole semplicemente integrare la propria dieta con questo superfood si consiglia di consumarne al massimo 5 gr. al giorno, iniziando gradualmente (2 gr. circa) per poi incrementare la dose e di assumere il prodotto preferibilmente durante i pasti. 

 

Gli sportivi possono consumarne circa 3 gr. al giorno, sebbene il dosaggio può essere incrementato in relazione all’intensità dell’attività sportiva, mentre chi assume la spirulina come supporto alla dieta può consumarne 5 gr. sempre durante i pasti. 


Se si decide di prendere integratori di spirulina perché si soffre di particolari patologie o mancanze (anemia, carenza di calcio o di ferro), allora inizialmente è possibile consumarne sino a 5 gr. al giorno andando poi a calibrare il dosaggio in base alle proprie necessità

Qual'é la spirulina migliore?

Quando si decide di acquistare un integratore di spirulina, in polvere o in capsule, è innanzitutto necessario preferire dei marchi affidabili e seri, così da avere la certezza della qualità del prodotto. 


La spirulina migliore è sicuramente quella biologica al 100%, ovvero coltivata e lavorata senza l’ausilio di pesticidi, additivi, fertilizzanti chimici e altre sostanze che potrebbero essere dannose per l’organismo. 


Nel processo di lavorazione della spirulina molto importante è anche il metodo di essiccazione della polvere, che dovrebbe essere “a freddo”, ovvero a basse temperature, così da preservare tutte le proprietà e i nutrienti dell’alga. 

Che vitamine ci sono nella spirulina?

Nella spirulina è possibile trovare diverse vitamine sia idrosolubili che liposolubili. Tra le vitamine idrosolubili ci sono le vitamine del gruppo B (B1, B2, B3 o niacina, B5 o acido pantotenico, B6, B7, B9 o acido folico e B12) e la vitamina C.

 

Per quanto riguarda invece le vitamine liposolubili, nella spirulina si trovano la vitamina E o tocoferolo, fondamentale per le sue proprietà antiossidanti, la vitamina K o naftochinone, utile nei processi di coagulazione del sangue e nel mantenimento delle ossa, e la vitamina A o retinolo, indispensabile per molti processi biologici e utile, ad esempio, per il rafforzamento delle ossa e della pelle, per la crescita dei denti e per le funzionalità del sistema immunitario.

Chi non deve prendere l'alga spirulina?

La spirulina è un alimento sicuro, tuttavia ci sono dei casi in cui il suo consumo è sconsigliato. Innanzitutto, quest’alga è sconsigliata alla persone che soffrono di problemi alla tiroide, in particolare di ipertiroidismo, o ai soggetti affetti da malattie auto-immuni.


Controindicazioni esistono anche per chi è colpito da gotta e calcoli renali e per le donne in gravidanza o in allattamento.
Altro aspetto importante da considerare è che la spirulina può essere esposta a contaminazioni (soprattutto microcistine), per questo è fondamentale scegliere un prodotto sicuro e controllato, visto che altrimenti si potrebbe incorrere in effetti collaterali come debolezza, nausea e problemi al cuore.


In ultimo, non va dimenticato che la spirulina va sempre presa nelle dosi consigliate, poiché un sovra-dosaggio può provocare nausea, vomito e febbre.

Cosa succede se si assume troppa spirulina?

Una eccessiva assunzione di spirulina, superiore quindi al dosaggio giornaliero consigliato, può avere degli effetti collaterali quali febbre, mal di testa, nausea e vomito. Se si assume il prodotto per la prima volta, quindi, si consiglia di iniziare con gradualità, ovvero con circa un grammo al giorno, per poi aumentare il dosaggio una volta sperimentata la risposta dell’organismo.

ZENZERO

Quali sono i benefici dello zenzero?

Lo zenzero apporta numerosi benefici al corpo, poiché ricco di acqua, sali minerali (fosforo, potassio, magnesio), vitamine (C, E, B6) e soprattutto di gingerolo, una sostanza molto utile soprattutto per l’apparato intestinale. 


Proprio il gingerolo, insieme agli shogaoli, favorisce la digestione e aiuta a contrastare disturbi gastrointestinali come il dolore e il gonfiore addominale. 


Lo zenzero è poi un buon antinfiammatorio, efficace contro i dolori articolari e reumatici, è capace di controllare i livelli di zuccheri e di colesterolo cattivo nel sangue, protegge il corpo dall’invecchiamento precoce grazie alle sue proprietà antiossidanti, allevia disturbi come mal di gola, raffreddore, febbre e mal di testa e contribuisce all’accelerazione del metabolismo, svolgendo inoltre anche un’azione tonificante.  

Quali sono gli effetti collaterali dello zenzero?

Lo zenzero può avere effetti indesiderati e, in alcuni casi, se ne sconsiglia il consumo. 


Innanzitutto, lo zenzero non deve essere consumato da persone affette da allergia o intolleranza a uno o più dei suoi componenti e dalle donne in gravidanza o allattamento, così come dovrebbe essere evitato se si stanno assumendo dei farmaci come gli antidiabetici, gli antinfiammatori, gli antiaggreganti e gli anticoagulanti.


Oltre che in questi casi, lo zenzero è sconsigliato anche per le persone che soffrono di bruciori allo stomaco, calcoli e disturbi emorragici. 


Molta attenzione va anche fatta con il dosaggio poiché un consumo eccessivo potrebbe causare una serie di disturbi quali diarrea, gonfiore e bruciore di stomaco mentre nei soggetti cardiopatici potrebbero comparire anche le palpitazioni. 

Cosa si cura con lo zenzero?

Lo zenzero viene ampiamente utilizzato per curare disturbi gastrointestinali come dolore di stomaco, diarrea e gonfiore ma viene ampiamente impiegato anche per alleviare i malanni invernali, ovvero raffreddore, mal di testa, mal di gola e tosse. 


Lo zenzero, quindi, si può utilizzare per risolvere problemi digestivi (gonfiore, cattiva digestione, dolore addominale), per contrastare la nausea, vista la sua proprietà antiemetica, e per alleviare dolori articolari e reumatismi, date le sue funzioni antinfiammatorie. 


Oltre a ciò, lo zenzero si rivela un valido supporto per la perdita di peso, visto che supporta l’attività del metabolismo basale, e può contribuire a controllare i livelli sia di zuccheri che di colesterolo cattivo nel sangue.

Quali sono le controindicazioni dello zenzero?

Come ogni altro alimento, anche lo zenzero ha delle controindicazioni che è bene conoscere prima di iniziare a consumarlo. Innanzitutto, le persone affette da allergia o intolleranza allo zenzero o ad altri suoi componenti dovrebbero evitarlo, così come le donne in gravidanza o allattamento.

 

Una certa attenzione nel consumo dello zenzero va anche posta da chi soffre di calcoli renali, disturbi emorragici e bruciori di stomaco così come dai soggetti che prendono determinati tipi di farmaci come gli antidiabetici, gli antinfiammatori, gli antiaggreganti e gli anticoagulanti.


Lo zenzero deve, inoltre, essere evitato dalle persone che soffrono di diabete, data la sua capacità di abbassare i livelli di glicemia nel sangue, e da chi è affetto da emorroidi, poiché causa un acutizzassi del problema e della sintomatologia collegata.

Quando é controindicato lo zenzero?

Lo zenzero ha delle controindicazioni che bisogna conoscere al fine di evitare conseguenze indesiderate.

 

In primo luogo, lo zenzero può causare reazioni allergiche in soggetti affetti da allergia o eccessiva sensibilità alimentare a questo alimento, provocando, quindi, disturbi come reazioni cutanee, nei casi più lievi, o difficoltà respiratorie in quelli più gravi.

 

Allo stesso modo, lo zenzero va evitato dalle donne in gravidanza, visto che può causare contrazioni uterine, e in allattamento, poiché altera il sapore del latte materno, ed è inoltre controindicato nelle persone che soffrono di colon irritabile (può infatti provocare la formazione di gas intestinali, diarrea, gonfiore addominale), nei soggetti affetti da gastrite (visto che causa bruciore e acidità di stomaco) e per chi segue una cura con farmaci anticoagulanti, antinfiammatori o antiaggreganti piastrinici.

Cosa fa lo zenzero alla pressione?

Lo zenzero, al pari di altri alimenti quali ad esempio il peperoncino, l’aglio, la cannella e la curcuma, è in grado di abbassare la pressione del sangue, poiché contiene proprietà anticoagulanti e antiossidanti, queste ultime in grado di mantenere in salute i vasi sanguini.


Oltre a ciò, lo zenzero contribuisce anche a controllare i livelli di colesterolo nel sangue mentre il suo uso in cucina come condimento permette di ridurre l’uso del sale che, come noto, contribuisce ad incrementare la pressione del sangue.

 

Inserire lo zenzero nella propria dieta, sempre nei dosaggi corretti, può quindi dare un supporto nel controllo della pressione alta, sebbene questo alimento non possa comunque essere considerato come una cura contro l’ipertensione.

 
 

CURCUMA

Quali sono i benefici della curcuma?

La curcuma è un valido alleato della salute del corpo, viste le sue innumerevoli proprietà. 


Buona parte dei benefici della curcuma derivano dalla curcumina la quale svolge un’azione antiossidante, capace di proteggere l’organismo sia dall’invecchiamento precoce che da patologie tumorali e degenerative. 


Ottimo antiossidante, quindi, ma anche un buon antinfiammatorio, capace di lenire i dolori scheletrici e muscolari e di dimostrarsi utile contro patologie come l’osteoartrite e l’artrite reumatoide. 


La curcuma, poi, è in grado di agire sul sistema immunitario andando a equilibrarne le funzionalità, caratteristica che fa di questo superfood un valido alleato in presenza di patologie autoimmuni, come sclerosi multipla e diabete di tipo 1. 


Infine non va dimenticato che la curcuma ha poteri depurativi soprattutto per la cistifellea e il fegato. 

Perché la curcuma fa dimagrire?

La curcuma può essere di supporto nelle diete dimagranti poiché svolge una serie di azioni utili alla perdita di peso. 


Innanzitutto, questa spezia è un bruciagrassi naturale, visto che è capace di stimolare l’uso dei grassi accumulati come riserva, ed è in grado di supportare la digestione, evitando disturbi come il gonfiore addominale. 


Oltre a ciò, la curcuma supporta il drenaggio dei liquidi in eccesso, favorisce il senso di sazietà, poiché stimola la corretta funzionalità della leptina e limita i picchi glicemici, e aiuta il fegato a metabolizzare meglio i grassi, specialmente quelli derivanti da zuccheri raffinati e carboidrati. 


Infine, non va dimenticato che la curcumina è di aiuto al contrasto dell’infiammazione cronica di basso livello, causata dall’obesità e punto di partenza di patologie come il diabete di tipo 2. 

Come assumere la curcuma tutti i giorni?

Data la sua grande versatilità in cucina e il suo facile abbinamento con molti ingredienti, consumare curcuma tutti i giorni è piuttosto semplice, visto che le ricette che si possono preparare sono numerose. 


La curcuma, infatti, può essere usata per insaporire salse da condimento o accompagnamento o per dare gusto a antipasti e secondi sia di carne che di pesce. 


La curcuma si può usare anche come ingredienti per contorni a base di verdure e ortaggi, come insaporitore di zuppe, vellutate e risotti e può essere impiegata anche nelle ricette dolci, ovvero per preparare biscotti, muffin e budini. 


Infine, la curcuma si può anche bere e una delle ricette più conosciute è il Golden Milk a base di curcuma, miele e latte vaccino o vegetale.

Quanta curcuma al giorno per dimagrire?

La curcuma è considerata un’ottima alleata nella perdita di peso e questo perché ha una serie di proprietà benefiche dimagranti.

 

La curcuma, infatti, è un potente brucia-grassi, favorisce la digestione, riduce il gonfiore addominale, supporta l’eliminazione dei liquidi in eccesso, stimola il senso di sazietà ed è di aiuto al corretto funzionamento del fegato, coadiuvandolo nella sua azione depurativa. Per essere di sostegno alla perdita di peso, la curcuma va però assunta sempre nelle dosi indicate (evitando il sovra-dosaggio), ovvero dai 3 ai 5 grammi al giorno, pari a circa un cucchiaio.

A cosa fa male la curcuma?

La curcuma è un alimento sicuro, tuttavia vi sono delle controindicazioni legate sia al sovra-dosaggio che a particolari situazioni di salute.

 

Per quanto concerne l’assunzione, la dose consigliata (mediamente di 3 grammi al giorno) non dovrebbe mai essere superata visto che un uso eccessivo può causare effetti collaterali come irritazione allo stomaco, nausea e diarrea.

 

La curcuma, poi, va anche evitata dalle persone affette da calcoli alla colecisti e da problemi alle vie biliari, poiché può incidere sui reni, da chi assume farmaci anticoagulanti e dalle donne in gravidanza o allattamento mentre i pazienti che assumono insulina o seguono trattamenti analoghi dovrebbero sempre consultare il proprio medico prima dell’assunzione.

Quando non usare la curcuma?

Ci sono dei casi particolari in cui la curcuma dovrebbe essere evitata. Innanzitutto, la curcuma non va consumata dalle persone affette da intolleranza o ipersensibilità verso uno o più componenti, così come non dovrebbe essere assunta dalle donne in gravidanza o allattamento.

 

La curcuma è poi sconsigliata a chi è affetto da patologie epatiche gravi e problemi alle vie biliari e a chi sta seguendo una terapia a base di farmaci anticoagulanti mentre chi assume insulina o farmaci analoghi dovrebbe sempre richiedere il parere del proprio medico di fiducia.

SEMI DI CHIA 

Quali sono i benefici dei semi di chia?

Inserire i semi di chia nella propria dieta apporta numerosi benefici, visto che questi piccoli semi sono un concentrato di preziosi nutrienti. 


I semi di chia, infatti, sono ricchi di minerali (calcio, fosforo, manganese, ferro, selenio) utili al benessere di ossa, nervi e muscoli, e di acidi grassi Omega-3 e Omega-6, indispensabili per lo sviluppo del sistema nervoso e per controllare i processi infiammatori. 


La buona percentuale di fibre, specialmente insolubili, favorisce il transito intestinale, regola i livelli di zuccheri nel sangue e stimola il senso di sazietà mentre l’elevato quantitativo di antiossidanti protegge l’organismo dall’azione nociva dei radicali liberi. 


I semi di chia, infine, migliorano la pressione arteriosa grazie all’acido clorogenico e riducono il rischio di cancro e problemi cardiovascolari poiché contengono quercetina e campferolo. 

Quali sono le controindicazioni dei semi di chia?

I semi di chia, come tutti gli alimenti, possono presentare delle controindicazioni che è importante conoscere. 


Innanzitutto i semi di chia non devono essere assunti da persone affette da intolleranza o allergia, così come dovrebbero essere evitati da chi è affetto da problematiche dell’apparato digerente o da soggetti che soffrono di disturbi legati all’insulina e alla pressione del sangue. 


I semi di chia, inoltre, sono controindicati in caso di diabete o glicemia, e questo perché possono interferire con l’assorbimento degli zuccheri, e vanno consumati sempre nelle dosi corrette, visto che un consumo eccessivo potrebbe causare disturbi gastrointestinali (meteorismo, gonfiore, difficoltà a digerire) visto l’alto contenuto di fibre. 

Chi non dovrebbe mangiare i semi di chia?

I semi di chia non devono essere consumati dalle persone affette da intolleranza e allergia a questa pianta, da chi soffre di diabete, poiché causano un abbassamento dei livelli di zuccheri nel sangue, e dai soggetti affetti da ipotensione e che assumono farmaci ipotensivi. 


Allo stesso modo, i semi di chia vanno evitati dalle persone che prendono farmaci antiaggreganti e ipoglicemizzanti, da chi è stato di recente sottoposto a un intervento chirurgico all’intestino o allo stomaco o dalle persone colpite da occlusioni intestinali. 


Infine i semi di chia sono controindicati anche per i soggetti colpiti da diverticolosi, perché potrebbero causare un peggioramento dell’infiammazione alle pareti intestinali e ai diverticoli.

Come usare i semi di chia nello yogurt?

I semi di chia sono perfetti da consumare a colazione e, in particolare, si sposano molto bene come alimenti come lo yogurt. I semi di chia possono essere consumati con lo yogurt in maniere differenti e sono l’ideale per una prima colazione sana ed equilibrata. 

Per usare i semi di chia con lo yogurt è possibile lasciarli in ammollo nel latte in frigorifero per almeno un paio di ore; trascorso il tempo indicato, e quando il composto si sarà ben addensato, si procede con il mettere uno strato di semi di chia in una tazza seguito da uno strato di yogurt per poi completare il tutto con della frutta fresca a pezzetti, come ad esempio le fragole. 

I semi di chia, poi, possono essere semplicemente sminuzzati con un coltello o un macinacaffè e poi aggiunti allo yogurt oppure è possibile preparare un pudding mixando lo yogurt e i semi di chia con cereali e frutta fresca. 

Quanto tempo devono stare a mollo i semi di chia?

Per consumare al meglio i semi di chia si consiglia di metterli sempre in ammollo per un tempo mai inferiore ai 15 minuti. 

In base all’utilizzo che se ne fa, poi, i tempi di ammollo possono variare; ad esempio se volete consumarli con lo yogurt bisogna lasciarli in ammollo nel latte in frigorifero per circa un paio di ore, se si vuole preparare una sorta di gelatina vegetale, da utilizzare in cucina, allora bisogna lasciarli in ammollo in acqua per circa 30 minuti mentre se si desidera creare una specie di gel, perfetto ad esempio come sostituto delle uova nelle preparazioni di dolci e biscotti, allora i semi vanno lasciati in ammollo in acqua a temperatura ambiente per circa 30 minuti. 
 

Perché i semi di chia non si gonfiano?

Generalmente si consiglia di mangiare i semi di chia in seguito ad ammollo mentre se si decide di assumerli “secchi” macinati, schiacciati o tostati è sempre bene accompagnarli con dei liquidi, con un dosaggio di circa 9 volte superiore alla quantità di semi ingerita. 

Per permettere ai semi di chia di gonfiarsi, è necessario metterli in ammollo in acqua, latte o latte vegetale (soia, avena, cocco etc.) facendo sempre attenzione nel rispettare i tempi di ammollo consigliati, ovvero per un tempo non inferiore ai 15 minuti. 

 

SALMONE

Perché il salmone fa bene?

Il salmone è un pesce saporito e gustoso, un vero e proprio amico della salute e del benessere del corpo. Consumare salmone nelle dosi corrette apporta numerosi benefici all’organismo. 


In primo luogo, il salmone è molto ricco di Omega-3, utile ad abbassare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue, a proteggere il sistema cardiovascolare, a prevenire l’insorgenza di patologie come ictus e trombosi e a favorire l’aumento della massa muscolare. 


Sempre gli Omega-3, insieme al selenio e alle vitamine A e D, rafforzano il sistema immunitario e migliorano le funzioni cognitive mentre le vitamine in esso contenute (B6, D, B3, B1) contribuiscono rispettivamente alla prevenzione dell’invecchiamento precoce, alla mineralizzazione delle ossa, al miglioramento della digestione e all’apporto di energia. 


I sali minerali (fosforo e selenio) aiutano a mantenere in salute ossa e denti e  supportano il corretto funzionamento degli antiossidanti cellulari. 

Chi non puó mangiare il salmone?

Il salmone è un pesce sicuro, tuttavia vi sono dei casi in cui il suo consumo è controindicato. 


Nel dettaglio, il salmone va evitato dalle persone affette da ipertensione, visto l’alto contenuto di selenio, dalle donne in gravidanza, poiché tende ad assorbire metalli pesanti, e dai bambini sotto i 5 anni, poiché potrebbe essere di difficile digestione. 


Molto importante è, poi, consumare il salmone cotto, visto che la cottura consente di eliminare eventuali parassiti, come ad esempio l’Anisakis, molto comune tra i pesci.


Infine, si consiglia di non abbinare mai il salmone ad alimenti come le uova, i latticini e i formaggi, trattandosi di un prodotto abbastanza grasso, e di limitare il consumo alla dose consigliata, ovvero 1-2 volte alla settimana. 

Perche non si deve mangiare il salmone?

Negli ultimi anni sono state avanzate una serie di osservazioni in merito al salmone da allevamento e la sua sicurezza alimentare è stata messa in discussione per una serie di ragioni. 


Ad essere contestate sono state, innanzitutto, le condizioni igieniche precarie degli allevamenti, così come la qualità dei mangimi impiegati, spesso criticati perché contenenti derivati animali e pesticidi pericolosi. 


Il salmone d’allevamento è poi ritenuto non adatto all’alimentazione, specialmente delle donne in gravidanza, a causa dell’elevato numero di tossine che potrebbero causare problemi al feto. 


Le critiche al salmone d’allevamento sono, poi, anche di natura ambientale, visto che gli allevamenti intensivi sono giudicati poco sostenibili, dannosi per la sopravvivenza dei salmoni selvatici e pericolosi per l’equilibrio dell’ambiente marino. 

Cosa succede se si mangia troppo salmone?

Il salmone è un alimento ricco di proprietà benefiche per il corpo che, tuttavia, deve sempre essere consumato nelle dosi indicate.

 

Il salmone, infatti, fa parte della categoria dei “pesci grassi” trattandosi, dunque, di un alimento ad alto potere calorico che, in media, apporta circa 200 kcal per 100 grammi di prodotto.

 

Questo significa che consumare salmone in dosi eccessive e troppe volte alla settimana può favorire l’aumento di peso, specialmente in persone sedentarie e che seguono una dieta sbilanciata.  

A cosa fa male il salmone affumicato?

Il salmone affumicato, specialmente se di qualità scadente e non adeguatamente controllato, può comportare delle problematiche in virtù proprio del suo metodo di preparazione.

Un primo rischio riguarda la Listeria monocytogenes, un batterio, presente nel pesce affumicato e in quello in salamoia e capace di resistere alle temperature del frigo, che può causare una patologia, la listeriosi, molto pericolosa per i bambini, gli anziani, le donne in gravidanza e le persone immunodepresse. 

Altra problematica riguarda l’Anisakis, un parassita presente nei pesci crudi o poco cotti (come il salmone affumicato) che può comportare un’infezione del tratto gastrointestinale, l’anisakidosi appunto. In ultimo, alcuni studi hanno evidenziato che mangiare cibi affumicati può esporre a rischi cancerogeni, ovvero alla possibilità di sviluppare il cancro allo stomaco.

Quanto colesterolo ha il salmone?

Il salmone contiene in media 55 mg di colesterolo per 100 grammi di prodotto. Si tratta, quindi, di un pesce “grasso” che, tuttavia, può essere consumato, sempre nelle giuste dosi, anche dalle persone che soffrono di colesterolo alto. 

Questo è possibile perché il salmone è ricco di grassi polinsaturi, gli omega-3, estremamente benefici per l’organismo poiché utili a controllare i livelli di grassi nel sangue (colesterolo e trigliceridi), a innalzare la quota di colesterolo buono (HDL), a proteggere il sistema cardiovascolare e a salvaguardare la salute di tutto il corpo dai danni causati dallo stress ossidativo. 

Gli omega-3, inoltre, sono utili a evitare l’insorgenza di patologie come ictus e ipertensione, mantengono in salute il cervello e prevengono i deficit cognitivi. 

 
 

MORINGA

Quali sono i benefici della moringa?

La moringa, conosciuta anche come “pianta dei miracoli”, apporta molti benefici all’organismo, viste le sue eccezionali proprietà nutrizionali. In primo luogo, la moringa ha proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, capaci di proteggere il corpo dall’azione nociva dei radicali liberi, di migliorare il funzionamento del metabolismo e di rafforzare il sistema immunitario. 


Oltre a ciò, la moringa controlla i livelli di zuccheri e di glucosio nel sangue, contrasta la degenerazione dei neuroni e rafforza le funzioni cognitive, senza dimenticare che la moringa protegge il sistema cardiovascolare, ha proprietà antibatteriche e antimicrobiche e salvaguarda il fegato, aiutandolo al contempo a depurarsi. 


Alla moringa sono infine attribuite anche delle proprietà chemio-preventive e antitumorali, sebbene vi è la necessità di ulteriori studi per accertarle appieno. 

Come si mangia la moringa?

La parte della moringa maggiormente usata in cucina sono le foglie, che è possibile consumare crude in insalate oppure cotte in zuppe, minestroni e stufati di legumi e carni bianche. 


Dalle foglie è altresì possibile ricavare la polvere di moringa che viene impiegata come insaporitore di frullati, smothiee e concentrati di frutta e verdure, usata come ingrediente negli impasti dolci o salati oppure utilizzata per la preparazione del tè di moringa. 


Della moringa è possibile consumare anche i baccelli, da mangiare bolliti, e i semi, che generalmente vengono tostati e il cui sapore ricorda quello dei ceci. Infine, dai semi di moringa si ottiene anche l’olio, dal gusto dolce, dal colore chiaro e inodore usato prevalentemente per condire piatti di pesce. 

Come utilizzare la moringa in cucina?

La moringa si presta a diversi utilizzi in cucina e può quindi essere usata per la preparazione di piatti differenti. Le foglie possono essere mangiate crude oppure cotte in padella mentre la polvere si usa come insaporitore di frullati e centrifugati o negli impasti di dolci e prodotti da forno. 


Anche i baccelli e i semi si possono mangiare; i primi vanno bolliti o cucinati in padella mentre i secondi sono tostati. In Bangladesh la moringa è impiegata per preparare ricette a base di curry mentre nel Sud-Est Asiatico i baccelli sono cucinati come i piselli mentre i semi sono tostati. 


La moringa, il cui sapore ricorda quello dei funghi con un retrogusto piccante, si sposa bene con piatti di carne e pesce, con le verdure e gli ortaggi. 

Quali sono le controindicazioni della moringa?

Le radici di moringa possono avere delle controindicazioni e questo perché contengono la spirochina, una sostanza che può andare a interferire con la trasmissione nervosa. 

Oltre a ciò, alle radici di moringa sono attribuite anche delle proprietà abortive, per questo devono essere evitate, insieme ai loro derivati, dalle donne in gravidanza. 

In ultimo, non va dimenticato che come ogni altro alimento anche la moringa deve essere consumata nelle dosi consigliate e questo perché un sovra-dosaggio può causare effetti indesiderati come vomito, nausea e vertigini. 

Quali vitamine contiene la moringa? 

Le foglie di moringa contengono un buon quantitativo di vitamine, in particolare di vitamine del gruppo B (B1 o tiamina, B2 o riboflavina, B3 o niacina, B5 o acido pantotenico, B6 e B9 o acido folico), la vitamina A, la vitamina C e la vitamina E. 

La moringa contiene anche sali minerali come il magnesio, il calcio, il ferro, il fosforo, il potassio, lo zinco e il sodio, molti antiossidanti, come gli acidi grassi omega-3, polifenoli e proteine ad alto valore biologico.  
 

Dove si trova la moringa in Italia?

La moringa è una pianta originaria dell’India e del Pakistan, presente però anche nelle aree tropicali e sub-tropicali. 

In Italia la moringa, conosciuta anche con il nome di “albero dei miracoli”, viene coltivata soprattutto in Sardegna, Sicilia e in alcune zone del Cilento, in Campania, territori nei quali sia il clima che l’habitat sono particolarmente favorevoli alla coltivazione di questa pianta. 

MIGLIO

A cosa fa bene il miglio?

Il miglio è considerato un superfood, visti gli innumerevoli benefici che apporta al benessere dell’organismo.


Innanzitutto l’elevata quantità di acido salicilico in esso contenuta mantiene in salute capelli, unghie e denti poiché stimola la produzione di cheratina mentre la sua capacità di favorire sia la digestione che la diuresi ne fa un alleato dell’apparato digerente. 


Oltre a ciò, il miglio allevia acidità di stomaco, stipsi, costipazione e gastrite, supporta il transito intestinale grazie al buon contenuto di fibre, previene la formazione dei calcoli biliari, svolge un’azione depurante e disintossicante e protegge l’organismo dall’azione dei radicali liberi grazie alla presenza dei flavonoidi. 


Il miglio è poi ideale per contrastare stanchezza e anemia poiché è un alimento molto energizzante ed è in grado di limitare il colesterolo cattivo favorendo quello buono. 

Quanto miglio si puó mangiare al giorno?

Il miglio è un alimento molto salutare che è possibile consumare anche 3/4 volte alla settimana avendo però l’accortezza di alternarlo con altri cereali o pseudocereali, come quinoa, farro e grano saraceno così da garantirsi un’alimentazione equilibrata e variegata. 


Per quanto concerne le dosi giornaliere se si prepara il miglio come minestra sono sufficienti circa 30 grammi di prodotto che salgono a 60 grammi se il miglio viene cucinato come risotto e a 70 grammi nel caso in cui venga preparato come riso pilaf.  

Cosa succede se non si lava il miglio?

Quando si cucina il miglio uno degli step da non saltare mai è quello del risciacquo, molto importate per garantirsi la sicurezza del prodotto. 


Il risciacquo, da fare sotto acqua corrente utilizzando un colino dalle maglie strette, permette infatti di eliminare l’eventuale presenza di saponine dai chicchi, che possono dare al miglio un sapore amaro oltre a renderlo di difficile digestione. 


Per quanto concerne la cottura, il metodo più semplice è la bollitura ma bisogna fare attenzione; quando si cuoce il miglio bisogna utilizzare una quantità d’acqua pari a due volte e mezza rispetto a quella del miglio, avendo anche l’accortezza di usare tegami dal fondo basso e ampi, così da garantire l’uniformità di cottura. 

Come assumere il miglio?

Il miglio è un alimento molto versatile e può essere quindi assunto in maniere differenti. 

Il miglio decorticato, può essere usato per preparare piatti diversi come insalate fredde, minestre, zuppe, polpette e sformati, avendo, però, sempre l’accortezza di sottoporlo a lavaggio sotto acqua corrente ed evitando l’ammollo. 

La cottura del miglio è generalmente più breve di quella di altri cereali (15 minuti circa) ma è sempre necessario usare una quantità di acqua pari a due volte e mezzo rispetto a quella del miglio e utilizzare per la cottura delle pentole ampie e dal fondo spesso.

Il miglio come farina si può, invece, utilizzare per gli impasti sia dolci che salati mentre il miglio soffiato è perfetto a colazione in abbinamento con frutta secca e yogurt.

Infine, il miglio è disponibile in commercio anche sotto forma di integratori e in questo caso va assunto durante i pasti con abbondante acqua (dalle 2 alle 4 capsule al giorno). 
 

Come mangiare il miglio a colazione?

Gustoso e salutare, il miglio può essere consumato anche a colazione poiché, data la sua versatilità, è in grado di sposarsi alla perfezione con diversi alimenti. 

Tra i “piatti” per la prima colazione che è possibile preparare con il miglio c’è innanzitutto il porridge di miglio (alternativa al classico porridge di avena), che può essere sia di latte vaccino che di latte vegetale o di acqua e arricchito con ingredienti diversi come frutta fresca (come mirtilli e fragole), frutta secca (nocciole, mandorle) e spezie, in particolare la cannella. 

Il miglio soffiato, poi, si può aggiungere allo yogurt oppure a una semplice tazza di latte, il miglio in fiocchi può essere utilizzato come ingrediente nei frullati di frutta mentre con il miglio tostato si può preparare un’ottima macedonia con frutta fresca e una spolverata di zucchero di canna. 
 

Come si lava il miglio?

Prima di consumarlo è necessario sottoporre il miglio a un accurato lavaggio e questo perché i suoi chicchi (come anche quelli della quinoa) sono coperti di saponine, delle sostanze indigeste per l’organismo e dal gusto amarognolo. 

Per lavare il miglio è quindi necessario risciacquarlo più volte sotto acqua corrente, ovvero sino a quando l’acqua non risulterà ben limpida.

 In alternativa è anche possibile mettere i chicchi di miglio in una bacinella d’acqua e rimescolarli continuamente, cambiando l’acqua appena diventa di colore scuro; da evitare invece l’ammollo. 

 
 

SEMI DI LINO

Quali sono i benefici dei semi di lino?

Ricchi di nutrienti, i semi di lino aiutano a mantenere in salute il corpo e a proteggere il benessere di pelle e capelli. 


La buona presenza di acidi grassi polinsaturi e di polifenoli li rende degli ottimi antiossidanti e antinfiammatori, capaci di svolgere un’azione preventiva in relazione all’invecchiamento precoce e alle patologie cardiovascolari. 


Non solo, i semi di lino contengono Omega-3 e Omega-6, fondamentali per regolarizzare la pressione del sangue e il battito cardiaco e per rafforzare il sistema immunitario. 


La buona dose di fibre favorisce il transito intestinale, le vitamine del gruppo B supportano il metabolismo mentre i sali minerali aiutano a mantenere in salute denti e ossa. 


Numerosi sono poi i benefici per la bellezza, visto che i semi di lino donano lucentezza ai capelli, elasticità e idratazione alla pelle e forza alle unghie, che crescono sane e più velocemente. 

Come si mangiano i semi di lino crudi?

Il modo migliore per consumare i semi di lino è crudi, visto che la cottura ne altera le caratteristiche nutrizionali e ne limita l’assorbimento di acidi grassi e vitamine. 


I semi di lino, poi, non andrebbero mangiati interi ma sempre sminuzzati con mortaio o con un macinacaffè e questo per consentire al corpo di assorbire al meglio le loro proprietà. 


Altra accortezza importante è quella di tritare i semi di lino al momento, cioè poco prima di mangiarli, così da favorire l’assorbimento delle sostanze in esso contenute. I semi di lino tritati possono essere aggiunti allo yogurt, al latte, ai frullati e alle macedonie oppure possono essere usati per insaporire insalate, minestre e zuppe. 


Tra le ricette più conosciute che hanno come ingrediente i semi di lino ci sono la crema Budwig, o colazione kousmine, e il Buddha Bowl Vegan, bevanda energetica e detossinante. 

Come perdere peso con i semi di lino?

I semi di lino possono contribuire alla perdita di peso in diverse maniere. Innanzitutto il buon contenuto di fibre favorisce il corretto transito intestinale (combattendo quindi stitichezza e gonfiore addominale), diminuisce l’appetito e induce un senso di sazietà per più lungo tempo, prevenendo gli attacchi di fame. 


Gli Omega-3, invece, supportano il corretto funzionamento del metabolismo, aiutandolo a bruciare un maggior numero di calorie, e, insieme alle fibre, riducono i livelli di colesterolo cattivo, permettendo una riduzione degli zuccheri e prevenendo l’insorgenza di malattie metaboliche e iperglicemia. 


Il modo migliore per usare i semi di lino per dimagrire è quello di consumarli tritati, ingerendo circa 3 cucchiai al giorno da distribuire lungo l’arco della giornata. 


In alternativa è possibile usare anche l’olio di semi di lino per dimagrire; basta consumarne 2 cucchiai al giorno da mescolare con acqua o con un succo di frutta fresca. 

Quanti cucchiai di semi di lino al giorno?

I semi di lino apportano numerosi benefici all’organismo, tuttavia per beneficiarne è necessario assumerli nella dose consigliata. In linea di massima, si consiglia di consumare dai 10 ai 30 grammi di semi di lino al giorno, pari a 1-3 cucchiai, facendo sempre attenzione a non superare la dose massima di 50 grammi giornalieri. 

Per assimilare tutti i benefici dei semi di lino è poi fondamentale sminuzzarli, in maniera tale che il corpo possa assimilarli correttamente. 

Quanti semi di lino a colazione?

I semi di lino sono un alimento perfetto per la prima colazione, poiché è possibile consumarli in abbinamento con molti altri prodotti.

I semi di lino, infatti, possono essere sminuzzati (rigorosamente prima di consumarli così da evitare il deterioramento delle sue proprietà benefiche) e aggiunti allo yogurt o a una macedonia di frutta ma possono altresì essere impiegati per preparare dei saporiti biscotti o dei gustosi muffin. 

Per quanto concerne la dose, al mattino si consiglia di mangiare dai 10 ai 30 grammi di semi di lino, pari a 1/3 cucchiai. 

Come si prepara l'acqua con i semi di lino?

I semi di lino sono ottimi anche da bere e, in particolare, è possibile preparare una bevanda dalle numerose proprietà. Per preparare l’acqua ai semi di lino è sufficiente lasciare in ammollo in acqua fredda un cucchiaio di semi di lino (così da permettere l’estrazione delle mucillagini) per tutta la notte per poi bere l’infuso il mattino seguente appena svegli. 

I semi di lino, possono poi essere aggiunti anche ad altri tipi di tisane; in questo caso bisogna portare a ebollizione l’acqua con i semi di lino per poi aggiungere le erbe che si preferisce. 

Dopo aver lasciato il tutto in infusione per alcuni minuti, si procede a filtrare l’infuso che, a questo punto, è pronto per essere gustato. 

 

KALE

Che sapore ha il kale?

Il kale, o cavolo riccio, ha un gusto leggermente amaro e con sentori di piccante, un sapore simile a quello degli spinaci. 


Il cavolo riccio è un alimento molto versatile che in cucina si presta a diversi utilizzi; è infatti possibile mangiarlo crudo aggiunto a insalate oppure cotto al vapore o saltato in padella. 


Gli ingredienti che meglio si abbinano con il kale sono le patate, i formaggi, la pancetta affumicata e i legumi oltre a spezie come il curry e la curcuma. 


Ottime sono, ad esempio, le zuppe di legumi, cereali e cavolo riccio, le insalate con cavolo riccio, carote, cipolle e olio extra-vergine di oliva e i piatti unici, come le torte salate con ripieno di cavolo riccio e ricotta. 


Il kale è buono anche come contorno e si abbina alla perfezione sia con la carne che con i formaggi.

Dove trovare il kale in Italia?

Il kale è facilmente reperibile tutto l’anno presso i negozi orto-frutticoli o i supermercati ben forniti. 


Quando si acquista il cavolo riccio è bene prestare attenzione alla freschezza del prodotto; un kale fresco, infatti, ha foglie sode, compatte e prive di macchie e presenta, quindi, una colorazione uniforme e un odore gradevole. 


Altrettanto importante è non confondere il kale con il cavolo nero toscano, visto che il primo si caratterizza per le foglie arricciate lungo i bordi e può essere di diverse colorazioni mentre il secondo ha foglie bollose, allungate ed è di colore più scuro.

Che verdura é il kale?

Il kale è un particolare tipo di verdura a foglia larga appartenente al gruppo Acephala e che si caratterizza per le sue foglie di colore verde scuro o viola e dalla forma arricciata sui bordi e per la presenza di uno stelo legnoso. 


Il cavolo riccio somiglia al cavolo nero toscano, ma a differenza di quest’ultimo ha foglie di differente colorazione e dalla forma tipicamente arricciata laddove, invece, il cavolo nero toscano presenta foglie dalla forma allungata, di colore più scuro, tendente al blu, e dall’aspetto bolloso. 


Diverso è anche il sapore, visto che il kale ha un gusto amaro con note piccanti mentre il cavolo nero toscano ha un sapore più intenso e deciso. 

Come si pulisce il kale?

Per pulire il kale bisogna seguire il medesimo procedimento degli altri ortaggi della famiglia dei cavoli. 

Dopo averlo tagliato, bisogna privarlo degli steli, lavarlo sotto acqua corrente e lasciarlo infine asciugare. 

In alternativa è possibile mettere le foglie in ammollo in una ciotola d’acqua, per poi rigirarle delicatamente così da eliminare ogni residuo di terra; le foglie devono essere lasciate in ammollo per qualche minuto (dai 5 ai 10 minuti) e successivamente scolate con un colapasta. 

A questo punto, bisogna lavare nuovamente le foglie sotto acqua corrente e infine asciugarle con cura servendosi di tovaglioli di carta. 

Che sapore ha il kale?

Il kale, o cavolo riccio, ha un gusto leggermente amaro e con sentori di piccante, un sapore simile a quello degli spinaci. Il cavolo riccio è un alimento molto versatile che in cucina si presta a diversi utilizzi; è infatti possibile mangiarlo crudo aggiunto a insalate oppure cotto al vapore o saltato in padella. 

Gli ingredienti che meglio si abbinano con il kale sono le patate, i formaggi, la pancetta affumicata e i legumi oltre a spezie come il curry e la curcuma. 

Ottime sono, ad esempio, le zuppe di legumi, cereali e cavolo riccio, le insalate con cavolo riccio, carote, cipolle e olio extra-vergine di oliva e i piatti unici, come le torte salate con ripieno di cavolo riccio e ricotta. Il kale è buono anche come contorno e si abbina alla perfezione sia con la carne che con i formaggi.

Dove trovare il kale in Italia?

Il kale è facilmente reperibile tutto l’anno presso i negozi ortofrutticoli o i supermercati ben forniti. 

Quando si acquista il cavolo riccio è bene prestare attenzione alla freschezza del prodotto; un kale fresco, infatti, ha foglie sode, compatte e prive di macchie e presenta, quindi, una colorazione uniforme e un odore gradevole. 

Altrettanto importante è non confondere il kale con il cavolo nero toscano, visto che il primo si caratterizza per le foglie arricciate lungo i bordi e può essere di diverse colorazioni mentre il secondo ha foglie bollose, allungate ed è di colore più scuro.

Che verdura é il kale?

Il kale è un particolare tipo di verdura a foglia larga appartenente al gruppo Acephala e che si caratterizza per le sue foglie di colore verde scuro o viola e dalla forma arricciata sui bordi e per la presenza di uno stelo legnoso. 

Il cavolo riccio somiglia al cavolo nero toscano, ma a differenza di quest’ultimo ha foglie di differente colorazione e dalla forma tipicamente arricciata laddove, invece, il cavolo nero toscano presenta foglie dalla forma allungata, di colore più scuro, tendente al blu, e dall’aspetto bolloso.

Diverso è anche il sapore, visto che il kale ha un gusto amaro con note piccanti mentre il cavolo nero toscano ha un sapore più intenso e deciso. 

 

THE MATCHA

A cosa serve il the matcha?

Il the matcha è considerato un elisir di benessere e questo perché apporta moltissimi benefici al corpo. In primo luogo, il tè matcha è ricco di antiossidanti, fondamentali per combattere l’invecchiamento precoce, per stimolare il rinnovamento delle cellule e per supportare la depurazione di organi e tessuti. 


Grazie ai polifenoli, il the matcha accelera il metabolismo e rafforza il sistema immunitario mentre grazie alla teanina in esso contenta è in grado di migliorare sia la memoria che la concentrazione e di alleviare stress e affaticamento. 


Oltre a ciò, il the matcha favorisce l’eliminazione di liquidi e tossine, dona energia al corpo, visti gli alti livelli di caffeina, protegge la salute di denti e ossa, favorisce la digestione, allevia i disturbi di intestino e stomaco, regola la pressione del sangue e protegge il sistema cardiovascolare. 


Non va dimenticato che il the matcha è di supporto nella perdita di peso, poiché stimola il senso di sazietà e aiuta a bruciare i grassi in eccesso. 

Quanta caffeina contiene il the matcha?

Il the matcha contiene un alto livello di caffeina, simile a quello del caffè, e decisamente più alto rispetto ad altre tipologie di tè come quello verde o nero. 


Gli alti livelli di caffeina sono da attribuire al particolare processo di coltivazione del the matcha; le piante, infatti, sono tenute al buio e minimamente esposte al sole, cosa che favorisce l’incremento dei livelli di clorofilla ma anche di altre sostanze, tra le quali appunto la caffeina. 


In linea di massima una tazza di caffè contiene all’incirca 95 mg di caffeina mentre una di the matcha, di circa 60 ml, ne contiene tra i 38 e gli 88 mg, vale a dire circa 19-44 mg per grammo.

Cos'é la polvere di matcha?

Il Matcha è una particolare tipologia di tè in polvere, originaria della Cina ma le cui tecniche di coltivazioni furono perfezionate dai monaci buddisti giapponesi, che ne scoprirono le eccezionali proprietà. 


La polvere di the matcha si ottiene solo da foglie di prima scelta, le quali sono coltivate rigorosamente all’ombra, raccolte esclusivamente a mano e sottoposte a un particolare trattamento al vapore, il cui scopo è quello di arrestare i processi di ossidazione, così da conservare intatti sia il colore che le proprietà nutrizionali. 


Per ottenere poi una polvere di matcha fine, profumata e dal colore verde intenso, la macinatura delle foglie viene fatta con pietre di granito. 


Per quanto concerne le tipologie ci sono due principali tipi di the matcha, ovvero il koicha, ottenuto da piante di più di 30, e l’usucha, ricavato da piante più giovani. 

A cosa serve il the matcha?

Il the matcha è considerato un elisir di benessere e questo perché apporta moltissimi benefici al corpo. In primo luogo, il tè matcha è ricco di antiossidanti, fondamentali per combattere l’invecchiamento precoce, per stimolare il rinnovamento delle cellule e per supportare la depurazione di organi e tessuti. 

Grazie ai polifenoli, il the matcha accelera il metabolismo e rafforza il sistema immunitario mentre grazie alla teanina in esso contenuta è in grado di migliorare sia la memoria che la concentrazione e di alleviare stress e affaticamento. 

Oltre a ciò, il the matcha favorisce l’eliminazione di liquidi e tossine, dona energia al corpo, visti gli alti livelli di caffeina, protegge la salute di denti e ossa, favorisce la digestione, allevia i disturbi di intestino e stomaco, regola la pressione del sangue e protegge il sistema cardiovascolare. 

Non va dimenticato che il the matcha è di supporto nella perdita di peso, poiché stimola il senso di sazietà e aiuta a bruciare i grassi in eccesso. 

Quanta caffeina contiene il the matcha? 

Il the matcha contiene un alto livello di caffeina, simile a quello del caffè, e decisamente più alto rispetto ad altre tipologie di tè come quello verde o nero. 

Gli alti livelli di caffeina sono da attribuire al particolare processo di coltivazione del the matcha; le piante, infatti, sono tenute al buio e minimamente esposte al sole, cosa che favorisce l’incremento dei livelli di clorofilla ma anche di altre sostanze, tra le quali appunto la caffeina.

In linea di massima una tazza di caffè contiene all’incirca 95 mg di caffeina mentre una di the matcha, di circa 60 ml, ne contiene tra i 38 e gli 88 mg, vale a dire circa 19-44 mg per grammo. 

Cos'é la polvere di matcha?

Il Matcha è una particolare tipologia di tè in polvere, originaria della Cina ma le cui tecniche di coltivazioni furono perfezionate dai monaci buddisti giapponesi, che ne scoprirono le eccezionali proprietà. 

La polvere di the matcha si ottiene solo da foglie di prima scelta, le quali sono coltivate rigorosamente all’ombra, raccolte esclusivamente a mano e sottoposte a un particolare trattamento al vapore, il cui scopo è quello di arrestare i processi di ossidazione, così da conservare intatti sia il colore che le proprietà nutrizionali. 

Per ottenere poi una polvere di matcha fine, profumata e dal colore verde intenso, la macinatura delle foglie viene fatta con pietre di granito. 
Per quanto concerne le tipologie ci sono due principali tipi di the matcha, ovvero il koicha, ottenuto da piante di più di 30, e l’usucha, ricavato da piante più giovani. 
 

Come preparare il the matcha freddo?

Il tè matcha è ottimo da gustare anche freddo e la sua preparazione ricalca quella della ricetta del tè matcha caldo. Per fare un buon tè matcha freddo avete bisogno di circa 4 grammi di polvere di matcha, di 50 ml di acqua calda, di 150 ml di acqua fredda, cubetti di ghiaccio e zucchero o miele (a scelta). 

Come prima cosa si riscalda l’acqua a una temperatura di circa 80° per poi versarla nella chawan (la tradizionale tazza giapponese) o in una semplice ciotola; a questo punto si aggiunge la polvere di matcha e con il chasen (il frullino di bambù giapponese) si inizia mescolare sino a ottenere una pasta omogenea e priva di grumi. 

In questa fase, se amate il tè matcha dolce, potete aggiungere un pò di zucchero o di miele per poi procedere all’aggiunta dell’acqua fredda fino a quando non si ottiene la densità desiderata. Sempre con l’ausilio del chasen si deve disegnare una sorta di “M” in modo da favorire l’emulsione della polvere ed evitarne l’accumulo sul fondo della ciotola. 

Completata questa operazione, versate il tè in un bicchiere, aggiungete dei cubetti di ghiaccio e gustatevi il vostro tè matcha freddo. 

Quando é meglio bere il the matcha?

E’ possibile gustarsi una tazza di tè matcha in ogni momento della giornata (preferibilmente a stomaco pieno) sebbene si ritenga che il momento migliore per bere il tè matcha sia nell’arco di tempo che va dalle 8 del mattino alle 12 e questo perché in questo lasso di tempo il sistema digestivo riesce a metabolizzare meglio gli importanti nutrienti contenuti nel tè matcha. 

Inoltre, bere il tè matcha al mattino o nel primo pomeriggio aiuta il corpo a fare una vera e propria ricarica di energia, indispensabile per affrontare al meglio la giornata. 

Quanto the matcha bere al giorno per dimagrire?

Il tè matcha è considerato un valido alimento per la perdita di peso e questo perché, tra le sue numerose proprietà, vi sono anche la capacità di stimolare il senso di sazietà e di bruciare i grassi più velocemente. 

Per quanto concerne le dosi, si suggerisce di consumare da 1 a 2 tazze di tè matcha al giorno, preferibilmente al mattino o nel primo pomeriggio e sempre a stomaco pieno. 

Molto importante è non superare mai la dose giornaliera consigliata e questo perché il matcha contiene una buona dose di caffeina. 

 

KONJAC

A cosa serve il konjac?

Inserire il konjac nella propria dieta dà molti benefici, viste le sue eccezionali proprietà nutrizionali. 


Innanzitutto, il konjac è utile a migliorare la digestione, contrasta disturbi come stipsi ed emorroidi e, grazie alle sue proprietà antibatteriche e antiossidanti, migliora l’igiene orale e protegge gli occhi da patologie comuni come la congiuntivite. 


Oltre a ciò, il konjac protegge il cuore, poiché capace di controllare la pressione sanguina, contrasta stanchezza e astenia, combatte i dolori articolari e riduce l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, tenendo così sotto controllo il diabete, visto che contiene ottimi livelli di glucomannano. 


Il konjac, poi, è amico della salute e della bellezza della pelle, poiché ne migliora tono e aspetto e ne attenua infiammazioni e inestetismi come l’acne. 

Quanto costa la pasta di konjac?

La farina di konjac viene utilizzata per preparare una particolare tipologia di pasta, la pasta di konjac appunto, che si caratterizza per il suo gusto neutro, per la sua consistenza elastica, per il suo basso apporto di calorie e per la sua capacità di stimolare il senso di sazietà. 


Ideale per le persone che seguono un regime alimentare dietetico, la pasta di konjac, della quale il formato più conosciuto e diffuso sono gli spaghetti shirataki o shirataki noodles, si può acquistare presso i negozi etnici, gli store di alimenti biologici e online e mediamente il suo costo parte da circa 3/4 Euro a confezione.

Come usare il glucomannano per dimagrire?

Il glucomannano è una fibra naturale che si estrae dalla pianta di konjac, in particolare dalla radice, e che si dimostra un valido supporto nella perdita di peso. 


Il glucomannano, infatti, possiede diverse caratteristiche utili per chi segue una dieta dimagrante; in primo luogo si tratta di una fibra che assorbe una grande quantità di acqua (anche fino a 50 volte il suo peso), caratteristica che le consente, una volta ingerita, di incrementare il transito nel tubo digerente, così da rallentarne lo svuotamento e da incrementare il senso di sazietà. 


Oltre a ciò, il glucomannano è anche in grado di stimolare il corretto transito intestinale, di contrastare la sindrome dell’intestino pigro e di limitare l’assorbimento sia degli zuccheri che dei lipidi.

A cosa serve il konjac?

Inserire il konjac nella propria dieta dà molti benefici, viste le sue eccezionali proprietà nutrizionali. Innanzitutto, il konjac è utile a migliorare la digestione, contrasta disturbi come stipsi ed emorroidi e, grazie alle sue proprietà antibatteriche e antiossidanti, migliora l’igiene orale e protegge gli occhi da patologie comuni come la congiuntivite. 

Oltre a ciò, il konjac protegge il cuore, poiché capace di controllare la pressione sanguina, contrasta stanchezza e astenia, combatte i dolori articolari e riduce l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, tenendo così sotto controllo il diabete, visto che contiene ottimi livelli di glucomannano. 

Il konjac, poi, è amico della salute e della bellezza della pelle, poiché ne migliora tono e aspetto e ne attenua infiammazioni e inestetismi come l’acne. 

Quanto costa la pasta di konjac?

La farina di konjac viene utilizzata per preparare una particolare tipologia di pasta, la pasta di konjac appunto, che si caratterizza per il suo gusto neutro, per la sua consistenza elastica, per il suo basso apporto di calorie e per la sua capacità di stimolare il senso di sazietà. 

Ideale per le persone che seguono un regime alimentare dietetico, la pasta di konjac, della quale il formato più conosciuto e diffuso sono gli spaghetti shirataki o shirataki noodles, si può acquistare presso i negozi etnici, gli store di alimenti biologici e online e mediamente il suo costo parte da circa 3/4 Euro a confezione.

Come usare il glucomannano per dimagrire?

Il glucomannano è una fibra naturale che si estrae dalla pianta di konjac, in particolare dalla radice, e che si dimostra un valido supporto nella perdita di peso. 

Il glucomannano, infatti, possiede diverse caratteristiche utili per chi segue una dieta dimagrante; in primo luogo si tratta di una fibra che assorbe una grande quantità di acqua (anche fino a 50 volte il suo peso), caratteristica che le consente, una volta ingerita, di incrementare il transito nel tubo digerente, così da rallentarne lo svuotamento e da incrementare il senso di sazietà. 

Oltre a ciò, il glucomannano è anche in grado di stimolare il corretto transito intestinale, di contrastare la sindrome dell’intestino pigro e di limitare l’assorbimento sia degli zuccheri che dei lipidi.

Dove si compra la pasta di konjac?

La pasta di konjac può essere acquistata nei negozi alimentari cinesi o giapponesi così come negli store che vendono prodotti biologici, sebbene sia facilmente reperibile anche online. 

In commercio, poi, esistono due tipologie di pasta di konjac ovvero secca o già prontamente mentre il costo medio di un pacco di pasta di konjac parte da circa 3 Euro a confezione. 
 

Dove si trova la pasta di konjac?

La pasta di konjac è facilmente acquistabile online ma può essere comprata anche presso i negozi alimentari cinesi e giapponesi così come negli store che vendono prodotti biologici. 

Quando si acquista la pasta di konjac si consiglia sempre di fare attenzione alle etichette e di scegliere un prodotto sicuro, certificato e controllato. 

Che sapore ha la pasta shirataki?

Gli shirataki sono il formato più comune e diffuso della pasta di konjac e si presentano nell’aspetto simili agli spaghetti o ai vermicelli sebbene siano di colore bianco, quasi trasparente. 

Gli shirataki, che si contraddistinguono per il grande potere saziante e per la buona azione probiotica, hanno un gusto neutro e si abbinano bene soprattutto alla carne, al pesce e alle verdure mentre il metodo di cottura più indicato è quello in padella con l’aggiunta di olio di sesamo o di salsa di soia. 

 

MANKAI

Che sapore ha il mankai?

Il mankai, anche conosciuto come lenticchia d’acqua, è un superfood dalle proprietà eccezionali e dai tanti benefici per il corpo che, inoltre, dimostra anche una grande versatilità in cucina. 


Il mankai, infatti, ha un sapore abbastanza neutro, caratteristica che permette di abbinarlo con diversi tipi di ingredienti e di utilizzarlo in differenti preparazioni. 


Il mankai è ottimo per condire zuppe e minestre di verdure e ortaggi ma si sposa bene anche con i primi piatti di pasta. 


Oltre a ciò è possibile usare il mankai anche come ingrediente per preparare smothiee, frullati e centrifugati, così come può essere impiegato negli impasti sia dolci che salati.

A cosa serve il mankai?

Nonostante le piccole dimensioni, il mankai è un alimento pieno di importanti proprietà nutrizionali e capace di apportare molti benefici al corpo. 


Innanzitutto, il mankai è una grande fonte di proteine vegetali ad alto valore biologico (ovvero contenenti gli 8 amminoacidi essenziali), caratteristica che ne fa un’eccellente alternativa alla carne. 


Oltre alle proteine vegetali, il mankai contiene anche una buona dose di fibre, vitamine, come la A e quelle del gruppo B, e di sali minerali, in particolare di zinco, ferro e potassio, a fronte di un contenuto calorico basso. 


Date le sue proprietà, il mankai aiuta a mantenere i giusti livelli di ferro e di acido folico nell’organismo, contribuisce a contrastare il diabete, poiché abbassa la glicemia, e supporta il senso di sazietà per più lungo tempo. 

Dove cresce il mankai?

Il mankai, anche conosciuto con il nome di lenticchia d’acqua o duckweed, è una pianta acquatica appartenente alla specie Wolffia Globosa, nota in Oriente già da molti secoli. 


La pianta di mankai, infatti, è originaria del Sud-Est Asiatico, in particolare di paesi come il Vietnam, il Laos e la Thailandia. 

Che sapore ha il mankai?

Il mankai, anche conosciuto come lenticchia d’acqua, è un superfood dalle proprietà eccezionali e dai tanti benefici per il corpo che, inoltre, dimostra anche una grande versatilità in cucina. 

Il mankai, infatti, ha un sapore abbastanza neutro, caratteristica che permette di abbinarlo con diversi tipi di ingredienti e di utilizzarlo in differenti preparazioni. 

Il mankai è ottimo per condire zuppe e minestre di verdure e ortaggi ma si sposa bene anche con i primi piatti di pasta. 

Oltre a ciò è possibile usare il mankai anche come ingrediente per preparare smothiee, frullati e centrifugati, così come può essere impiegato negli impasti sia dolci che salati.

A cosa serve il mankai?

Nonostante le piccole dimensioni, il mankai è un alimento pieno di importanti proprietà nutrizionali e capace di apportare molti benefici al corpo. 

Innanzitutto, il mankai è una grande fonte di proteine vegetali ad alto valore biologico (ovvero contenenti gli 8 amminoacidi essenziali), caratteristica che ne fa un’eccellente alternativa alla carne. 

Oltre alle proteine vegetali, il mankai contiene anche una buona dose di fibre, vitamine, come la A e quelle del gruppo B, e di sali minerali, in particolare di zinco, ferro e potassio, a fronte di un contenuto calorico basso. 

Date le sue proprietà, il mankai aiuta a mantenere i giusti livelli di ferro e di acido folico nell’organismo, contribuisce a contrastare il diabete, poiché abbassa la glicemia, e supporta il senso di sazietà per più lungo tempo. 

Dove cresce il mankai?

Il mankai, anche conosciuto con il nome di lenticchia d’acqua o duckweed, è una pianta acquatica appartenente alla specie Wolffia Globosa, nota in Oriente già da molti secoli. La pianta di mankai, infatti, è originaria del Sud-Est Asiatico, in particolare di paesi come il Vietnam, il Laos e la Thailandia. 

Il mankai é una lenticchia d'acqua?

Il mankai è un alimento originario del Sud-Est Asiatico e si tratta di una lenticchia d’acqua dalle eccezionali proprietà e benefici per l’organismo. 

Il mankai è, infatti, una pianta acquatica appartenente alla specie Wolffia Globosa e si caratterizza per il suo elevato apporto di proteine (circa il 45%), una quantità talmente elevata da avergli fatto guadagnare il nome di “polpetta vegetale” facendolo, inoltre, diventare una valida alternativa alla carne. 

Quanto é salutare il mankai?

Il mankai è oggi considerato un superfood in virtù delle sue eccezionali proprietà che lo rendono un alimento altamente benefico per il corpo. 

Innanzitutto, il mankai apporta un ottimo quantitativo di proteine vegetali ad alto valore biologico (cioè contenenti gli 8 amminoacidi essenziali che il corpo non è in grado di sintetizzare e che vanno quindi assunti con la dieta) e una buona quota sia di fibre che di sali minerali importanti come il potassio, il ferro e lo zinco. 

Nel mankai, poi, si trovano anche vitamine, come quelle del gruppo B e la vitamina A, e polifenoli, quali flavonoidi e acidi fenolici. 

Il mankai é uguale alle lenticchie d’acqua?

Il mankai è una lenticchia d’acqua appartenente alla specie Wolffia Globosa e alla famiglia delle Aracee (stessa famiglia della lenticchia d’acqua). Il mankai cresce soprattutto nel Sud-Est Asiatico mentre la lenticchia d’acqua si trova anche in Europa, in Nord America e in America Centrale. 

Dove si coltiva il mankai?

Il mankai si trova principalmente nel Sud-Est Asiatico e i paesi nei quali viene coltivato maggiormente sono la Thailandia del Nord, il Laos, il Vietnam e Israele. 

Il mankai viene coltivato tutto l’anno e la sua coltivazione, che avviene in ambiente chiuso, è considerata sostenibile dal punto di vista ambientale visto che rispetto ad altri alimenti, come la soia, gli spinaci o i cavoli, richiede un minor quantitativo sia di acqua che di energia.

Non va infine dimenticato che, trattandosi di una coltivazione in serre per l’acquicoltura, la coltivazione di mankai necessita di una quantità di suolo molto più limitata e può essere praticata in ogni luogo. 

 

COCCO

A cosa fa bene il cocco?

Il cocco è un vero e proprio superfruit, che apporta una serie di importanti benefici al corpo. 


Grazie alle sue proprietà antivirali, antifungine e antibatteriche, il cocco è capace di supportare il sistema immunitario rafforzandolo, mentre la buona presenza di acidi grassi insaturi controllano i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e aumentano quelli di colesterolo buono. 


Oltre a ciò, il cocco migliora il metabolismo, limita la sensazione di fame e stimola il senso di sazietà e, grazie alla buona quota di fibre, supporta il corretto funzionamento del sistema gastrointestinale, combattendo disturbi come la stitichezza. 


Ma i benefici del cocco non finiscono qui; questo superfruit, infatti, abbassa la pressione sanguina, protegge il cuore, rafforza denti e ossa, ha un effetto diuretico, possiede funzioni antinfiammatorie efficaci contro ferite e ustioni e ha proprietà antiossidanti, ovvero di contrasto ai radicali liberi. 

Il cocco fa male al cuore?

Il cocco, inteso come noce di cocco, non fa male al cuore perché non contiene colesterolo ma acidi grassi a catena media e non a catena lunga. 


Attenzione deve, invece, essere prestata all’olio di cocco che, pur essendo vegetale (e dunque in teoria più salutare rispetto agli oli di origine animale), ha una grande concentrazione di grassi saturi (circa il doppio del lardo di maiale), cosa che favorisce la presenza di colesterolo cattivo nel sangue, con ripercussioni negative anche sul cuore. 

Quando si mangia il cocco?

Il cocco è un alimento fresco e dissetante, consumato prevalentemente in estate ma che è possibile mangiare tutto l’anno. 


Il cocco può essere mangiato in diversi momenti della giornata; ad esempio è perfetto a colazione, per chi preferisce una colazione esotica, servito con altri frutti come la papaya, l’ananas e i kiwi e con l’aggiunta di frutta secca, lo si può usare per preparare dolci, biscotti e dessert al cucchiaio, oppure per cucinare delle gustose frittelle, perfette per lo spuntino. 


Oltre a ciò, con il cocco è possibile preparare anche dei frullati tropicali, mescolando con il cocco frutti come il mango, la papaya e l’ananas. 


Per quanto concerne le dosi, la porzione ideale giornaliera è di circa 40/50 grammi se si tratta di cocco fresco mentre il cocco disidratato deve essere consumato in quantità minori poiché molto più calorico.  

Quanto é grasso il cocco?

Il cocco è considerato un frutto abbastanza calorico visto che 100 grammi di prodotto contengono all’incirca 360 calorie. 

Dal punto di vista nutrizionale, il cocco contiene, inoltre, 35 g di grassi , 9 g di carboidrati e 9,5 g di zuccheri ma presenta anche una buona dose di proteine (3.5 g) e di sali minerali quali il il magnesio, il calcio, il fosforo, il ferro e il potassio. 

Buona parte dei grassi del cocco sono poi trigliceridi a media catena (MCT) i quali vengono assorbiti in maniera differente e permettono all’organismo di fare un immediato pieno di energia, visto che non vengono immagazzinati come grassi ma trasformati in corpi chetonici dai quali, appunto, si ricava energia.  

Perché il cocco é calorico?

Il cocco è considerato un frutto calorico per l’elevata quantità di grassi, ragione per la quale si pensa che non possa essere consumato dalle persone che seguono una dieta ipocalorica. In realtà se è vero che il cocco contiene molte calorie, specialmente se paragonato ad altri tipi di frutti, è anche vero che apporta tante sostanze benefiche per il corpo come sali minerali e proteine. 

Ne consegue che il cocco fresco può essere consumato, sempre nelle dosi corrette (circa 40/50 grammi ), anche da chi è a dieta mentre quello disidratato dovrebbe essere evitato poiché molto più ricco di calorie (in quanto povero di acqua). 

Come si conserva il cocco una volta aperto?

Le noci di cocco aperte possono essere conservate riponendole in una ciotola e ricoprendole con l’acqua estratta dal frutto o con acqua fresca. Per una conservazione ottimale, le noci aperte vanno riposte in frigo e l’acqua deve essere cambiata ogni giorno; in questo modo è possibile conservarle per circa 4 giorni. In alternativa è possibile grattugiare i pezzi di cocco e congelarli così da conservali per 8/10 mesi. 

Le noci di cocco intere, invece, si conservano in frigo anche per alcuni mesi. 

 

AMARANTO

A cosa fa bene l'amaranto?

Le proprietà benefiche dell’amaranto sono numerose a cominciare dalla sua capacità di contribuire alla salute dell’intestino, facilitandone la naturale regolarità e promuovendo il senso di sazietà per più lungo tempo. 


L’amaranto, che è privo di glutine, è anche amico del cuore, poiché capace di abbassare i livelli di colesterolo cattivo e di trigliceridi nel sangue, è in grado di contrastare il diabete, visto il suo basso indice glicemico e il suo buon apporto di fibre che limitano l’assorbimento degli zuccheri, ed è efficace nella prevenzione dell’anemia, poiché contiene ottime quantità di ferro. 


Oltre a ciò, l’amaranto è una buona fonte di sali minerali, quali il fosforo, indispensabile per ossa e denti, e il magnesio, fondamentale per il sistema nervoso, apporta importanti vitamine, come la B5 e la B6, ed è ricco di proteine di alta qualità, caratteristica che lo rende adatto anche all’alimentazione di vegani e vegetariani. 

Che cos'e' l'amaranto e come si cucina?

L’amaranto è una pianta erbacea perenne originaria dell’America Latina e oggi coltivata in Messico, in buona parte del Sud America, negli USA e in Cina. 


L’amaranto, considerato uno pseudocereale (ovvero quei prodotti che hanno caratteristiche simili ai cereali, che sono privi di glutine e dai quali è possibile ottenere una farina usata poi per le preparazioni da forno), appartiene alla famiglia delle Amarantacee (e non delle Graminacee quindi) e, ad oggi, ne esistono più di 60 specie tra le quai le più note sono l’Amaranthus caudatus, l’Amaranthus cruentus e l’Amaranthus hypochondriacus. 


Dal punto di vista alimentare, l’amaranto è un ingrediente molto versatile in cucina, che può essere impiegato per preparare primi piatti come minestre e zuppe, contorni come insalate fredde e sformati di verdure e secondi salutari come le polpette e i burger di amaranto. 


In cucina, poi, l’amaranto può essere usato anche sotto forma di farina e quindi impiegato per preparare pane, gallette, snack e muesli, senza dimenticare che esiste anche il latte di amaranto, ideale per i vegani e per le persone intolleranti al lattosio. 

Che gusto ha l'amaranto?

I chicchi di amaranto hanno un sapore dolciastro e con sentori di nocciola ma una volta cotti possono assumere una consistenza gelatinosa, non sempre gradita al palato, per questo si suggerisce sempre di mischiarli (in proporzione 1:3) ad altri alimenti come l’orzo, il riso o le verdure.

 

Per quanto concerne gli abbinamenti in cucina, l’amaranto si sposa bene con i legumi, le verdure e gli ortaggi oltre che con spezie come la curcuma, lo zenzero e la cannella, e con erbe aromatiche, quali la menta, la maggiorana e il basilico.

 

Va ricordato che l’amaranto non contiene glutine e che, quindi, rappresenta una buona alternativa ai cereali per le persone allergiche o intolleranti a questi alimenti. 

A cosa servono i semi di amaranto?

I semi di amaranto, che sono di piccole dimensioni e di colore variabile (bianco-latte, giallo-oro e bruno-nero) a seconda della specie, possono essere utilizzati in cucina per preparare una vasta gamma di ricette, vista la loro spiccata versatilità. 

I semi di amaranto, infatti, sono perfetti per preparare piatti caldi come minestre, zuppe, polpette e burger vegetali ma ben si prestano anche alla preparazione di ricette fredde come le insalate. 

Oltre che per ricette salate, i chicchi di amaranto sono perfetti anche per le preparazioni dolci e tra le ricette più conosciute bisogna certamente segnalare la torta di amaranto, cioccolato e pere. 

Chi non puó mangiare l'amaranto?

L’amaranto deve essere evitato dalle persone affette da allergia o intolleranze a uno o più dei suoi componenti così come da chi è colpito da patologie renali, gotta e artrite reumatoide, visto che contiene acido ossalico il quale può inibire l’assorbimento di sali minerali importanti come lo zinco e il calcio. 

Non bisogna poi dimenticare che l’amaranto non va mai consumato insieme ad altri cibi ricchi di proteine come, ad esempio, le uova, la carne, il latte e i suoi derivati.

Dove posso comprare l'amaranto?

L’amaranto è facilmente reperibile nei supermercati ben forniti e dotati di un’apposita sezione dedicata ai cibi biologici così come nei negozi specializzati nella vendita di prodotti naturali e nelle erboristerie. 

Oltre a ciò, l’amaranto è acquistabile anche online. 

PAPPA REALE

A cosa serve la pappa reale?

Alla pappa reale, conosciuta anche con il nome di latte delle api, sono attribuiti numerosi benefici a partire dalla sua azione ricostituente e rivitalizzante, particolarmente efficace durante i periodi di affaticamento fisico e mentale. 


Un ottimo ricostituente, quindi, ma anche un alimento capace di contrastare i fenomeni degenerativi dell’invecchiamento, di mantenere sotto controllo il colesterolo, di proteggere la salute della pelle e di rafforzare la memoria. 


Oltre a ciò, la pappa reale aiuta a fortificare il sistema immunitario, mantiene sotto controllo la pressione e i trigliceridi e, grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, si rivela utile nel contrasto di patologie come l’artrite o i dolori reumatici. 


La pappa reale, poi, supporta la disintossicazione del fegato, ha proprietà immunostimolanti, è un buon antibatterico e antivirale ed è in grado di contribuire alla salute di pelle e capelli. 


In merito a quest’ultimo aspetto, infatti, va ricordato che la pappa reale stimola la produzione di collagene, favorisce la rigenerazione della cute, protegge la pelle dagli attacchi esterni (soprattutto quelli dei raggi UVB), limita la caduta dei capelli e rende le unghie più forti.

Quanto dura la pappa reale in frigo?

La pappa reale deve essere conservata in frigorifero a una temperatura compresa tra 0° e 5° gradi (la stessa delle verdure quindi) e se la conservazione è adeguata può essere consumata per circa 18 mesi. La pappa reale tenuta fuori frigo non viene alterata, tuttavia le sue proprietà nutrizionali cominciano ad essere compromesse dopo circa 8-10 giorni.

Che gusto ha la pappa reale?

La pappa reale ha un gusto particolare, ovvero un sapore leggermente acidulo, un pò piccante e zuccherino (quindi agrodolce), simile a quello dello yogurt. La pappa reale ha, poi, una consistenza gelatinosa (per questo viene anche chiamata gelatina reale), mentre il colore può variare dal bianco allo giallognolo. 

Dove posso trovare la pappa reale?

La pappa reale, che viene commercializzata in diversi “formati” (fresca, integratori), può essere acquistata in farmacia, in erboristeria e presso i negozi specializzati in prodotti biologici ma è facilmente reperibile anche online. Inoltre la pappa reale fresca può essere comprata anche presso gli apicoltori, nel caso in cui si preferisca un prodotto di filiera corta. 

Chi non deve prendere la pappa reale?

La pappa reale è generalmente considerata come un alimento sicuro, poiché atossico e del tutto naturale. 

Nonostante ciò esistono delle controindicazioni che è importante conoscere prima dell’assunzione del prodotto. 

Nel dettaglio, la pappa reale è sconsigliata a chi soffre di allergia o intolleranza al miele o al polline così come è controindicata per i soggetti che seguono un trattamento medico, come ad esempio una terapia anticoagulante. 

Inoltre, le persone che soffrono di pressione bassa, asma o dermatite dovrebbero chiedere il parere del medico di fiducia prima di iniziare a prendere la pappa reale, consulto necessario anche per le donne in gravidanza. 

Quali sono gli effetti benefici della pappa reale?

Alla pappa reale sono attribuiti numerosi benefici sia per la salute che per la bellezza del corpo. Innanzitutto, questo prodotto ha un importante effetto rivitalizzante e ricostituente, caratteristica che lo rende perfetto per il trattamento di stati di affaticamento e di stanchezza sia fisica che mentale. 

Oltre a ciò, la pappa reale è utile a combattere i fenomeni degenerativi legati all’invecchiamento, visto il buon apporto di vitamina B5, a controllare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e a mantenere in salute la pelle, i capelli e le unghie, dato che è in grado di stimolare la produzione di collagene, di svolgere un’azione antiossidante e rigenerativa della cute e di rafforzare sia le unghie che i capelli (prevenendone la caduta).
 
I benefici della pappa reale non finiscono però qui, visto che questo alimento è anche capace di migliorare la memoria, di stimolare la riproduzione cellulare, di rafforzare il sistema immunitario e di contrastare determinate patologie, come l’artrite e i dolori reumatici, viste le sue proprietà antinfiammatorie. Infine, non va dimenticato che la pappa reale supporta la disintossicazione del fegato, sostiene le funzioni epatiche e ha proprietà antivirali e antibatteriche. 

 
 

CUMINO

A cosa serve il cumino?

Il cumino è una spezia dalle eccezionali proprietà nutrizionali, non a caso utilizzato da molto tempo dalla medicina ayurvedica per curare una serie di fastidi e di malanni. 


In primo luogo, il cumino possiede una buona dose di antiossidanti, di fibre e di sali minerali; gli antiossidanti proteggono l’organismo dai radicali liberi e dall’invecchiamento precoce, le fibre mantengono in salute l’intestino, favorendo il transito naturale e supportando l’eliminazione delle tossine, mentre i sali minerali sono di aiuto a diverse funzioni del corpo. 


In particolare il calcio, di cui il cumino è particolarmente ricco, aiuta la mineralizzazione di denti e ossa e svolge un’azione preventiva contro malattie come l’osteoporosi, il ferro rafforza il sistema immunitario, il fosforo è di sostegno alla riparazione cellulare, il selenio rallenta l’invecchiamento e il manganese è di aiuto alla tiroide e aumenta l’elasticità dei tendini. 


Importante è anche l’apporto di vitamine che, tra i tanti benefici, contribuiscono alla salute del sistema nervoso e alla corretta circolazione del sangue, di acido oleico, che controlla i livelli di colesterolo cattivo, e di acido linoleico, che sostiene la crescita cellulare. 


Non va, infine, dimenticato che il cumino aiuta la digestione, ha proprietà preventive contro le patologie oncologiche ed è un buon antiossidante, capace di contrastare l’azione dei radicali liberi. 

Quanto cumino si puo' assumere al giorno?

La dose giornaliera di cumino consigliata è di circa 3 grammi (circa un cucchiaio di caffè), da suddividere, preferibilmente, lungo l’arco di tutta la giornata. 


Il modo migliore per consumare il cumino è sotto forma di polvere, sebbene anche i semi di cumino si prestano a differenti usi in cucina. 

A cosa fa bene il cumino?

I benefici del cumino per l’organismo sono davvero numerosi a partire dalla sua azione antiossidante, capace di proteggere il corpo dall’attivià nociva dei radicali liberi e dall’invecchiamento precoce. 


Questa spezia, poi, si rivela utile per mantenere in salute l’intestino, per migliorare l’attività metabolica dei muscoli, per favorire la mineralizzazione dei denti e delle ossa, per rafforzare il sistema immunitario, per eliminare i liquidi in eccesso, per regolare la frequenza cardiaca e per sostenere il corretto funzionamento della tiroide. 


Non va dimenticato che il cumino protegge il sistema nervoso, previene disturbi agli occhi, supporta la digestione, stimola la produzione di globuli rossi e anticorpi, incoraggia la formazione del collagene, controlla i livelli di colesterolo cattivo nel sangue e sostiene la crescita cellulare. 

Come assumere i semi di cumino?

I semi di cumino possono essere utilizzati in maniere differenti, visto che si tratta di una spezia molto versatile in cucina. Innanzitutto, i semi di cumino vengono usati per la preparazione della tisana e dell’acqua di cumino, due bevande benefiche per l’organismo poiché in grado di migliorare la digestione e di favorire l’eliminazione dei gas intestinali. 

Oltre che per la preparazione della tisana di cumino e dell’acqua di cumino, i semi possono essere anche impiegati per cucinare prodotti da forno, come il pane al cumino, la focaccia al cumino, i cracker al cumino e i grissini al cumino, o per insaporire marinature a base di olio extra-vergine di oliva o di soia. 

La polvere di cumino, che si ottiene dalla macerazione dei semi (rigorosamente prima dell’uso), è invece perfetta per dare gusto a minestroni, zuppe e vellutate di ortaggi, per insaporire secondi piatti di carne o di pesce o per preparare salse particolari come l’harissa, una salsa al peperoncino molto piccante tipica del Nord Africa.

Qual'é la differenza tra il cumino e la curcuma?

Cumino e curcuma sono molto spesso confuse mentre in realtà si tratta di due spezie diverse tanto nel gusto quanto nell’aspetto. In primo luogo il cumino e la curcuma appartengono a due famiglie diverse, visto che il Cuminum cyminum (cumino) appartiene alla famiglia delle Apiaceae mentre la Curcuma longa (curcuma) appartiene alla famiglia delle Zingiberacee. 

Oltre alla diversità dal punto di vista botanico, cumino e curcuma differiscono anche nel colore e nel sapore; il cumino, infatti, è di colore bruno/scuro e ha un gusto amaro, pungente e leggermente pepato mentre la curcuma è di colore giallo/arancione e ha un sapore molto più delicato e con note aspre che richiamano il timo. 

Che spezia é il cumino?

Il cumino è una spezia originaria della Siria, conosciuta ed utilizzata già dagli Egizi che le attribuivano una serie di importanti proprietà curative. 

Dal punto di vista botanico il cumino (Cuminum cyminum) è una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Apiceae (la stessa del finocchio, del coriandolo e dell’aneto) e caratterizzata da un’altezza variabile tra i 20 e i 30 centimetri, da un fusto sottile, da foglie disposte a pettine e da fiori di piccole dimensioni e di colore rosa o bianco. I frutti della pianta (achene) hanno un guscio legnoso e una forma ovoidale e al loro interno si trova un solo seme di colore scuro e di piccole dimensioni. 

I semi di cumino somigliano nell’aspetto a quelli del finocchio ma, come detto, sono di dimensioni più piccole e di colorazione scura. 

 

BACCHE DI ACAI

Cosa fanno le bacche di acai?

Alle bacche di acai sono attribuiti molti benefici per il corpo e, non a caso, le popolazioni indigene utilizzano già da tempo queste piccole bacche per curare una serie di fastidi e disturbi. 


In primo luogo, le bacche di acai hanno proprietà antiossidanti, grazie all’elevato apporto di polifenoli e alla presenza di altri 70 principi attivi utili a contrastare l’azione dei radicali liberi e dell’invecchiamento precoce. 


Oltre a ciò, alle bacche di acai sono attribuite anche delle proprietà dimagranti, poiché favoriscono il senso di sazietà e limitano quello di fame, supportano la regolarità intestinale e sono di sostegno al corpo nello smaltimento delle tossine. 


Tra le altre proprietà delle bacche di acai ci sono la loro azione antinfiammatoria e antimicrobotica, la loro capacità di abbassare il colesterolo cattivo, visto il basso indice glicemico, di rafforzare il sistema immunitario e proteggere i vasi sanguini. 

A cosa serve l'acai?

Le bacche di acai possiedono molte proprietà benefiche per la salute e il benessere del copro. 


Innanzitutto si tratta di potenti antiossidanti che, grazie all’elevato apporto di polifenoli e di altre sostanze benefiche, proteggono il corpo dall’attacco dei radicali liberi e dai processi di invecchiamento precoce. 


Le bacche di acai, poi, hanno funzioni dimagranti poiché stimolano il senso di sazietà, limitano quello di fame e aiutano la corretta regolarità intestinale. 


Tra gli altri benefici delle bacche di acai vanno citati le sue azioni antinfiammatorie e antimicrobotiche, la loro capacità di abbassare i livelli di colesterolo cattivo nel sangue, dato il basso indice glicemico, e il loro supporto al rafforzamento del sistema immunitario e alla salute dei vasi sanguini.  

Che sapore ha l'acai?

Le bacche di acai si caratterizzano per un sapore molto particolare e tendente all’acidulo, solitamente descritto come a metà strada tra quello dei frutti di bosco e del cioccolato fondente, con un retrogusto lievemente metallico. 


Le bacche di acai fresche sono difficilmente reperibili, data la loro veloce deperibilità, mentre in commercio è più semplice trovare le bacche disidratate, la polvere di acai, la polpa di acai e bevande, come sciroppi e succhi di acai.

Quante calorie ha un acai Bowl?

 

L’acai bowl (o açai na tigela) è una ricetta tipica brasiliana, oggi di gran moda anche negli Stati Uniti e in Europa, il cui aspetto ricorda quello di uno smoothie abbastanza cremoso e i cui ingredienti principali sono le bacche di acai (in polvere o surgelate), lo yogurt o il latte vegetale, i frutti freschi di stagione e la frutta secca. 

L’acai bowl, poi, è personalizzabile in base al proprio gusto, visto che è possibile aggiungere agli ingredienti di base altri alimenti come i cereali, la granola, i muesli, il cioccolato fondente e altre tipologie di semi come, ad esempio, i semi di chia o i semi di lino. 

Per quanto concerne le calorie,  le bacche di acai contengono all’incirca 70 kcal per 100 grammi di prodotto alle quali, ovviamente, vanno aggiunte le calorie di tutti gli altri ingredienti presenti nell’acai bowl. 

Che cos'é la polvere di acai?

La polvere di acai (o acai in polvere o polvere di bacche di acai) si ottiene dalle bacche di acai liofilizzate e ne conserva l’elevato valore nutritivo e benefico. 

La polvere di acai va utilizzata sempre con dei liquidi quindi è perfetta se mescolata a frullati o smoothie o aggiunta a yogurt, pudding e latte vegetale. Oltre a ciò, la polvere di acai può essere impiegata anche nella preparazione dell’acai Bowl o negli impasti di biscotti e torte. 

Come si usa la polvere di acai?

La polvere di acai viene prevalentemente utilizzata per la preparazione di bevande come frullati, smoothie e centrifugati ma è altresì usata per arricchire il latte vaccino o vegetale. In alternativa si può utilizzare la polvere di acai anche per dare maggior sapore alle insalate fredde o alle zuppe e ai minestroni caldi, così come la si può impiegare per insaporire gli impasti dolci, come quelli di torte e biscotti. Infine, va ricordato che la polvere di acai è uno degli ingredienti della famosa acai Bowl, un piatto per la colazione molto amato soprattutto dagli sportivi dato il suo potere energizzante.

 

ROSA CANINA

Quali sono i benefici della rosa canina?

La rosa canina possiede numerosi benefici per la salute e, in fitoterapia, sono impiegati principalmente i semi sebbene anche le bacche e le gemme sono ampiamente utilizzate per la produzione di prodotti come i decotti, la tintura madre, le tisane e gli integratori. 


La rosa canina possiede, innanzitutto, proprietà depurative, antiossidanti, antinfiammatorie, immunostimolanti e diuretiche ed è ampiamente apprezzata per il suo elevato contenuto di vitamina C, pari a circa 2.200 mg per 100 grammi, e per contenere altre sostanze importanti, prime tra tutte acido malico, carotenoidi, tannini e flavonoidi. 


Tra i principali benefici della rosa canina sono da citare la sua capacità di curare le infezioni delle prime vie respiratorie, di incrementare le difese immunitarie, di alleviare i sintomi delle patologie osteoarticolari e di proteggere gli occhi da disturbi comuni come le congiuntiviti. 


Oltre a ciò, la rosa canina è un buon antiossidante, contribuisce all’assorbimento di ferro e calcio, contrasta il colesterolo cattivo, ha effetti energizzanti, è di supporto nella perdita di peso ed è in grado di proteggere la pelle dai primi segni di invecchiamento.

Cosa si puó fare con la rosa canina?

La rosa canina è estremamente versatile ecco perché in fitoterapia e in erboristeria viene impiegata per realizzare moltissimi preparati dagli effetti antiossidanti, antiallergici, vitaminizzanti e immunomodulati. 


Con la rosa canina, o meglio con i suoi cinarrodi freschi o essiccati, si preparano molti prodotti tra i quali tisane, decotti, tintura madre, integratori e oli, ognuno con proprie specifiche finalità. 


Ad esempio, le tisane e i decotti di rosa canina sono usati principalmente per supportare le difese immunitarie e per migliorare la circolazione del sangue, l’olio viene impiegato per la salute del cavo orale, nello specifico per curare le infiammazioni gengivali, la tintura madre è indicata per contrastare i malanni della stagione invernale (sintomi influenzali, tosse, mal di gola, raffreddore) mentre i macerati dei petali sono perfetti per le infiammazioni della gola. 


Come integratore, la rosa canina si assume soprattutto per rafforzare le difese immunitarie e per proteggere il corpo dallo stress ossidativo mentre in cosmesi la rosa canina ha effetti lenitivi, tonificanti e anti-age e aiuta a minimizzare le imperfezioni della pelle come rughe, acne, cicatrici ed eczemi.

Dove posso trovare la rosa canina?

La rosa canina sotto forma di infusi, decotti, tisane, integratori, tintura madre, bacche e polvere è facilmente reperibile presso le erboristerie o i negozi specializzati nella vendita di prodotti fitoterapici. 


Ogni tipologia di prodotto ha un costo specifico e, in linea di massima, per quelli biologici il prezzo è leggermente superiore. 


La rosa canina, infine, può essere facilmente acquistata anche online, avendo però sempre l’accortezza di rivolgersi a rivenditori affidabili.

Quante gocce di rosa canina?

La rosa canina è impiegata sin dall’antichità a scopi fitoterapici e questo perché possiede molte proprietà benefiche per l’organismo, la maggior parte delle quali derivanti dall’elevato contenuto di vitamina C. La rosa canina è disponibile in commercio in diversi formati, ovvero bacche, tisane, tintura madre, olio e prodotti gemmoderivati di rosa canina. 

Per quanto concerne l’assunzione, i prodotti derivati dalla rosa canina vanno assunti in determinate quantità al fine di ottenere i benefici attesi; nel dettaglio la tisana di rosa canina andrebbe consumata tre volte al giorno, per i prodotti gemmoderivati si consiglia di assumere circa 40 gocce in due somministrazioni giornaliere (per i bambini la dose è minore e va dalle 6 alle 10 gocce 3 volte al giorno) mentre per la tintura madre di rosa canina la dose è di circa 45 gocce tre volte al giorno. 

Quanta vitamina C contiene una bacca di rosa canina?

Una delle principali caratteristiche delle bacche di rosa canina è quella di possedere un elevato quantitativo di vitamina C, la cui concentrazione è la più elevata del mondo vegetale. 

In particolare in una bacca di rosa canina (o meglio in 100 gr. di prodotto) si trovano mediamente 1700 mg di vitamina C, un quantitativo superiore di ben 34 volte a quello delle arance, sebbene sia possibile arrivare anche a quantitativo di circa 2200 mg sempre per 100 grammi di prodotto. 

Oltre alla vitamina C, nelle bacche di rosa canina sono presenti anche le vitamine A, E e K, sali minerali come ferro, rame, zinco, manganese, calcio, fosforo e sodio e acidi grassi quali l’acido oleico, palmitico e linoleico. 

A cosa serve la tintura madre di rosa canina?

La tintura madre di rosa canina si ottiene dalle bacche, ovvero dai cinorrodi, della pianta e permette di avere in un prodotto di semplice assunzione tutte le proprietà delle bacche. In linea di massima, la tintura madre di rosa canina viene utilizzata per le persone affette da una grave carenza di vitamina C o colpite da malattie derivanti da questa mancanza, come raffreddore, astenia, influenza, disturbi circolatori, calcoli renali e problemi alle vie urinarie. 

La tintura madre di rosa canina andrebbe assunta 3 volte al giorno (circa 45 gocce ) lontano dai pasti ma prima di iniziare il trattamento si consiglia di richiedere sempre il parere del proprio medico di fiducia. 

 

FAGIOLI AZUKI

Come si cucinano i fagioli azuki rossi?

La preparazione dei fagioli azuki è in linea di massima simile a quella dei fagioli comuni mentre i loro usi in cucina sono davvero moltissimi, visto che si tratta di un ingrediente estremamente versatile. 


Prima di cucinare i fagioli azuki, però, è necessario metterli in ammollo in acqua fredda per 8/10 ore e questo per favorire la germinazione, un “processo” che consente di eliminare i filati che non sono digeriti dall’uomo. 


Dopo l’ammollo (all’acqua è possibile aggiungere anche l’alga kombu come avviene nella cucina giapponese), i fagioli azuki rossi vanno bolliti per almeno 30/40 minuti e poi usati per preparare ricette diverse come le zuppe e i minestroni di ortaggi e verdure, le insalate fredde o gli hamburger di fagioli azuki.

Che sapore hanno i fagioli azuki?

I fagioli azuki hanno un sapore abbastanza dolce, che ricorda molto quello delle castagne o delle patate dolci.


Per quanto concerne il loro aspetto, i fagioli azuki sono dei legumi di piccole dimensioni (mezzo centimetro circa), di colore rosso o verde (ma esistono anche le varietà bianco, nero e grigio) e dalla forma oblunga. 


Il loro gusto dolce al palato permette ai fagioli aguzzi di avere una grande versatilità in cucina; non va poi dimenticato che uno dei prodotti più celebri preparato con i fagioli azuki è l’anko, una marmellata solitamente impiegata per arricchire dolci tipici giapponesi come i dorayaki, i daifuku e i taiyaki.

Come si chiamano i fagioli azuki giapponesi?

In Giappone i fagioli azuki sono così chiamati in virtù delle loro dimensioni ridotte (“azuki” infatti in giapponese significa “piccolo”) ma possono assumere anche altre denominazioni, come fagioli adzuki o aduki.

 

In altri paesi i fagioli azuki sono, poi, indicati con termini differenti; in India sono conosciuti con il nome di “chori”, in Corea sono noti come “pat”, in Vietnam come “dau djo” mentre in Cina sono chiamati sia “shōzu”, ovvero “piccolo fagiolo” così da distinguerlo dalla soia conosciuta come “grande fagiolo”, che “xiǎodòu" vale a dire “fagiolo rosso”.

Dove si possono trovare i fagioli azuki?

Dato il crescente successo riscosso anche in Europa, i fagioli azuki sono oggi più semplici da reperire in quanto possono essere acquistati sia presso i supermercati ben forniti sia presso gli store specializzati nella vendita di prodotti alimentari etnici. Va ricordato che in commercio i fagioli azuki sono disponibili in diversi “formati”, ovvero è possibile acquistarli secchi, cotti in scatola o sotto forma di pasta di legumi; i fagioli azuki oggi commercializzati sono prevalentemente di agricoltura biologica. 

Come si coltivano i fagioli azuki?

La coltivazione dei fagioli azuki non è complessa e, per grandi linee, rimarca quella del fagiolo comune.

 

Come prima cosa, è necessario acquistare i semi, reperibili sia nei negozi che vendono semi e piantine da orto che presso le erboristerie e negli store di alimenti biologici.

 

I semi, poi, vanno piantati proprio come avviene per il fagiolo comune, avendo però l’accortezza di fare la semina nel periodo che va da aprile a maggio e di praticare nel terreno delle buche la cui distanza massima tra loro deve essere pari a 60 centimetri.

 

Dopo un mese dalla semina la pianta, che è erbacce arbustiva, raggiunge l’altezza desiderata (che può andare dai 35 ai 100 cm) e dà inizio alla fioritura con la formazione di baccelli da raccogliere in estate inoltrata.

 

La pianta, soprattutto nel primo periodo, deve essere innaffiata con regolarità ma facendo attenzione a non esagerare mentre la temperatura ottimale per la sua crescita va dai 15° ai 28°. Infine, la raccolta avviene in maniera simile a quella dei fagioli comuni, ovvero quando il baccello raggiunge una dimensione di circa 10 centimetri va staccato a mano dalla pianta e poi sgranato. 

Cosa contengono i fagioli azuki?

I fagioli azuki, conosciuti in Giappone con il nome di “re dei fagioli”, contengono molte proprietà benefiche per il corpo. Innanzitutto, questi fagioli sono particolarmente ricchi sia di fibre che di sali minerali, risultando invece poveri tanto di grassi quanto di zuccheri. 

Oltre a ciò, i fagioli azuki non contengono colesterolo e glutine, e  sono estremamente energizzanti, dato il buon apporto di proteine e carboidrati. 

I principali sali minerali che si trovano nei fagioli azuki sono il magnesio, lo zinco e il potassio e, oltre a questi, sono presenti anche oligominerali importanti, specialmente il molibdeno, fibre, proteine, vitamine, in particolare quelle del gruppo B (B1, B2, B3, B6, B9), fitoestrogeni e isoflavoni, fondamentali per la salute di denti e ossa. 

CAMU CAMU

A cosa serve il camu camu?

Il camu camu è un frutto esotico dagli straordinari benefici per il corpo, volti soprattutto al rafforzamento del sistema immunitario, al potenziamento del tono muscolare e al miglioramento delle funzionalità cognitive. 


L’elevato contenuto di vitamina C, infatti, rende più forte il sistema immunitario e, insieme ad altre sostanze contenute in questo frutto (specialmente amminoacidi e vitamine del gruppo B) svolge un’azione antinfiammatoria, dimostrandosi efficace anche nella prevenzione di patologie cardiache, ictus, diabete e gotta e nel controllo della pressione arteriosa. 


Sempre grazie alla vitamina C le funzione cognitive migliorano così come la sintesi del collagene, fondamentale per la salute di ossa, pelle, vasi sanguini e muscoli, e viene favorito l’assorbimento di altre vitamine fondamentali, in particolare la A, la E e quelle del gruppo B. 


Il camu camu possiede, poi, proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, utili a contrastare l’azione nociva dei radicali liberi e ad alleviare disturbi comuni come le infiammazioni alla bocca, agli occhi, ai muscoli e ai tendini. 


Tra gli altri benefici del camu camu vanno infine citati la sua azione antibatterica e antivirale, la sua capacità di regolarizzare la pressione sanguina e di controllare la glicemia e la sua azione anti-placca, ovvero la sua capacità di impedire la formazione di placche arteriose.

Come prendere il camu camu?

Le bacche di camu camu dovrebbero essere consumate fresche, tuttavia il loro gusto amaro le rende sgradite al palato. 


Per questo motivo, il camu camu è commercializzato soprattutto sotto forma di bevande vegetali, succhi, centrifugati, polpa e purea sebbene sia possibile reperirlo in commercio anche come polvere disidratata. 


Quest’ultima può essere consumata aggiungendola a bevande, smothiee, centrifugati, yogurt, pudding e muesli così come è possibile utilizzarla anche negli impasti dei dolci. Il camu camu è, infine, disponibile anche sotto forma di integratori, ovvero capsule da assumere una o due volte al giorno e la cui finalità è principalmente quella di migliorare le difese immunitarie.

Dove comprare il camu camu?

In commercio il camu camu è disponibile soprattutto sotto forma di integratori e di polvere, mentre le bacche sono difficili da reperire poiché facilmente deperibili. 


Sia gli integratori che la polvere di camu camu possono essere acquistati presso le farmacie, le erboristerie e i negozi specializzati nella vendita di prodotti biologici, senza dimenticare che sono reperibili anche online.

 

FORSKOLINA

A cosa serve la forskolina?

Il principale beneficio attribuito alla forskolina è quello di stimolare la lipolisi, ovvero di favorire la perdita di peso, sebbene siano molti altri i vantaggi derivanti dal suo consumo. 


La forskolina, infatti, ha proprietà antinfiammatorie e antiaggreganti piastrinica, un effetto ipotensivo, che consente di aumentare la forza di contrazione del cuore, proprietà broncodilatatorie, è cioè capace di migliorare la respirazione, e attività vasodilatatori, ovvero un effetto rilassante per i vasi sanguini. 


Oltre a ciò, la forskolina possiede la capacità di rilassare la muscolatura liscia, allevia disturbi depressivi, migliora il rilascio di insulina, è di supporto alla tiroide ed attenua fastidi come il gonfiore addominale e la stitichezza. 


La forskolina, infine, ha proprietà antisettiche sia a livello topico che sistemico e svolge un’azione anti-glaucoma.

Dove trovare la forskolina?

La forskolina, come radice o sotto forma di polvere, può essere acquistata presso le erboristerie ben fornite o i negozi specializzati nella vendita di piante officinali asiatiche. 


Gli integratori di forskolina, così come le bevande a base di forskolina, sono invece reperibili anche presso le farmacie e gli store online. 


Prima di inserire la forskolina nella propria dieta si consiglia di chiedere sempre il parere del proprio medico curante così da evitare controindicazioni indesiderate.

Come assumere la forskolina?

Il modo più semplice per assumere la forskolina è quello di inserirla nella propria dieta sotto forma di integratori. 


La dose suggerita per gli integratori di forskolina è di 250 mg di estratto di Coleus forskohlii standardizzato al 10% due volte al giorno. 


Se si assumono gli integratori di forskolina per favorire la perdita di peso, si ricorda sempre si associarvi un’alimentazione corretta ed equilibrata e uno stile di vita attivo e sano.